Cascasse il Mondo | Giornale Online


Il ritorno di Peppone… e don Camillo
4 maggio, 2008, 12:30 am
Filed under: Tempi moderni

 

Dopo il sindaco di Alghero, che durante la cerimonia del 25 Aprile aveva proibito alla banda di intonare le note di “bella ciao“, anche altre figure seguono l’esempio del primo cittadino isolano. Succede a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), durante i funerali di Egidio Cozzi, un ex partigiano. Stavolta è il parroco locale a impedire che risuonino le note di “bella ciao“, sia all’interno che all’esterno della chiesa. A richiedere la canzone venisse suonata è stato lo stesso defunto, che più volte in vita, aveva manifestato la volontà che alla sua cerimonia funebre una banda intonasse la tanto amata canzone. Ma a tale richiesta si è opposto il parroco che ha impedito alla piccola orchestra partigiana di esibirsi all’interno della parrocchia.

La risposta del don Camillo friulano non tarda ad arrivare: “Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica all’interno dei luoghi di culto” si è giustificato, precisando però di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. “E’ stata una cosa poco sensibile e irrispettosa del defunto e dei suoi familiari” riferisce il segretario dell’Anpi di Pordenone “I familiari  avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa, quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato,  è sembrato a tutti un affronto, e abbiamo rinunciato alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile“.

Dopo Alghero, perciò, un altro rifiuto per “bella ciao“. La moda partigiana, perché di moda si tratta, comincia ad affievolirsi, come testimonia la scarsa affluenza popolare ai vari concerti sinistroidi del 25 Aprile. Gli Italiani sono accorsi in massa ad assistere al fenomeno Grillo, poco interessati alle vicende partigiane. Le recenti parole di Berlusconi, che invitavano a “rispettare i ragazzi di Salò, e i motivi per i quali essi lottavano“, gli operai del nord che votano la lega, i quartieri proletari di Roma che votano il “neofascista” Alemanno, sono un segnale forte, di un’Italia che sta cambiando.

Le parole di Giorgia Meloni, ex vicepresidente della camera, sono anch’esse un segnale di sdoganamento e di superamento delle vecchie logiche dei blocchi contrapposti: “Anche i giovani militanti del Fronte della gioventù che morirono assassinati sono martiri dell’Italia, non solo della Destra“. E aggiunge: “Eravamo ragazzi con un’idea della ribellione finalizzata a costruire un mondo diverso, ragazzi che consideravano e considerano ancora il potere come uno strumento e non un obiettivo. Il Fronte della gioventù è la mia storia».

«Per noi la violenza non è mai stata uno strumento dell’agire. Al contrario c’è tanta nostra gente che si è dovuta difendere, poichè veniamo dalla storia di una comunità politica che, per un certo periodo del suo percorso, è stata considerata un bersaglio da tutti. La storia di quei ragazzi che morivano a 16 anni in mezzo alla strada ed era normale perchè ammazzare un fascista non era reato. Erano ragazzi nati nel 1965, venti anni dopo il fascismo, che non c’entravano nulla con il fascismo e per i quali la società non ha versato una lacrima. Io dico che storie analoghe ci sono state anche dall’altra parte della barricata e che solo oggi si sta rendendo giustizia a tutti quei ragazzi». C’è chi, perciò, percepisce il vento di cambiamento e non rinnega il proprio passato, “se rinnegassi il Fronte della gioventù rinnegherei me stessa. Tutto ciò che mi porto dentro di pulito, di autentico, di ideale me lo ha insegnato il Fronte della gioventù“, ma mira a portarne avanti valori ed idee, davvero patrimonio di tutti gli Italiani, e concretizzarle in prospettiva futura.

Ma c’è anche chi, improvvisatosi Peppone di turno, completamente fuori tempo massimo e rinnegando la propria storia, anche familiare, esalta il 25 Aprile e ne enfatizza i “valori” che sino ad oggi ci siamo portati dietro. Valori che, al di là di ogni personale giudizio sulla data del 25 aprile, di fatto alimentano rancore, odio, invidia e divisione. Tutti “valori” che, in uno stato organico, che vede nell’intera comunità nazionale la propria forza interiore, servono solo a portare indietro il paese verso un passato recente, colmo di errori da cui dobbiamo imparare, che non deve più tornare.

Riuscirà il novello Peppone a capire questo?

Alessandro



Scelte di vita
30 aprile, 2008, 1:47 pm
Filed under: Tempi moderni

 

E’ un mondo sempre più figlio della globalizzazione e del precariato, dove casa, lavoro e futuro diventano desideri difficilmente realizzabili. E’ un mondo dove banche usuraie ed alta finanza la fanno da padroni, ipotecando tutto e tutti, comprando la dignità degli uomini e delle generazioni future. Questa è la società che ha tolto dal vocabolario le parole responsabilità, sacrificio, volontà, speranza, coraggio, famiglia. Le ha tolte per sostituirle con un’altra: aborto.

Molte giovani coppie scelgono la via dell’aborto perché non possono o non vogliono mantenere un figlio. Il bambino è un costo. È un bene di lusso. Consuma più di una macchina, tiene svegli la notte, e bisogna pure cambiargli il pannolino. Leggo su la Repubblica di una neomamma che sceglie di abortire perché tra lei ed il suo partner guadagnano 1300 euro mensili. Entrambi precari, entrambi sfruttati. Impossibile perciò mantenere un figlio. La coppia ha fatto due più due, ha usato “la ragione” ed è arrivata alla triste e sofferta decisione. Chi pagherà sarà il bambino.

La neomamma sofferente e disperata decide però di scrivere al nostro beneamato Presidente della Repubblica. Scrive “dell’emozione bruciante, felicità incontenibile” alla scoperta della gravidanza, ben presto però “la ragione ha preso il posto del cuore“. Il suo appello a Napolitano prosegue: “Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre“.

Nel rispondere poi alle domande della giornalista colpiscono alcune risposte: “..non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l’anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità? Ce l’ho messa tutta per costruirmi un futuro.. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome“.

Cosa risponderà la più alta carica istituzionale a questa donna? Il nostro presidente partigiano riuscirà ridare la dignità ad una mamma che sta per scegliere la via più facile? Ci si aspetta da lui che spieghi che un bambino non ha colpa se lo stato ha lasciato le redini del paese a banche e multinazionali, privando le nuove generazioni delle dignità più elementari: casa, lavoro, stabilità, sicurezza. Saprà Napolitano convincere la neomamma che la vita è fatta di scelte, di responsabilità, di sacrifici e di coraggio? Probabilmente no.

Dubito che alla ragazza basteranno le parole di un partigiano. Le servirebbe più uno stato forte, che tuteli i più elementari diritti degli italiani. Uno Stato che non porti l’uomo a scegliere sempre la via più facile, spesso obbligata. Uno Stato che ridia la voglia di essere protagonisti del proprio futuro, che consenta alle persone di vivere, non si sopravvivere. Resta l’improbabile speranza che la ragazza scelga la via più impegnativa, ossia di non far pagare al bambino le colpe della società. La speranza che la ragazza scelga la via del coraggio e permetta al bambino di combattere, dandolo magari in adozione.

Strada coraggiosa, ma percorribile.

Alessandro



Carestie del terzo millennio
29 aprile, 2008, 10:57 am
Filed under: Tempi moderni

 

Chi avrebbe mai detto che, quell’agricoltura che in tanti davano per morente, arrivasse a far discutere i maggiori esponenti dell’alta finanza e della Borsa mondiale. Investimenti, immancabili speculazioni, corse ad acquistare terreni abbandonati da agricoltori che non riescono a sostenere l’aumento del prezzo del gasolio, delle sementi o del trasporto dei prodotti. A combattere questa crisi tante parole che non hanno smosso l’impietosa e stagnante situazione: i cibi costano di più, molto di più.

Nel resto del mondo si continua a morire di fame mentre nell’occidente, ricco ( !??!) e benestante ( !!!!???) si è costretti dalla matrigna Europa a produrre derrate limitate per non sfavorire questa o quella nazione ( i produttori di latte sardi e francesi scaricarono litri e litri di latte per strada per protestare contro le sanzioni europee per lo sforamento delle quote) e contestualmente negli scaffali degli ipermercati le derrate alimentari marciscono in attesa che qualcuno le consumi. L’italiano fa economia sul cibo, visto che anche per far la spesa bisogna accedere ad un mutuo (e bisognerà creare dei forni sociali); addirittura si pensa di produrre carburante dai cereali o da altri alimenti o materie prime che l’uomo ha utilizzato da sempre per il proprio nutrimento.

Perché l’Europa continua a far male a se stessa? L’uomo qualunque si chiede per quale motivo non ci possa essere un’equa distribuzione dei cibi e come mai, vista l’alta concorrenza nel settore, i prezzi tendono costantemente a salire. Perchè l’Europa preferisce buttare la sovraproduzione piuttosto che destinarle alle zone più bisognose di cibo? Perché si dice di voler combattere l’immigrazione ma non si fa niente per trattenere i migranti nei propri Paesi d’origine? Perché il contadino nostrano guadagna 50 centesimi per il proprio prodotto, per poi vedere che, quello stesso prodotto, costa sei volte di più nell’ipermercato?

Tante domande e nessuna risposta certa. Solamente bisogna avere la voglia d’intervenire e smuovere le menti dei cittadini, perché le nostre campagne non possono e non devono divenire delle raffinerie per far muovere le automobili o gli aerei. Il cibo si mangia e se ve n’è troppo, diamolo a chi non lo ha. L’alta finanza è entrata in maniera massiccia nell’agricoltura (c’è sempre stata e forse si è capito dove sta la speculazione e perché l’Europa si muove così) e sfogliando le pagine di storia, questo non fa presagire nulla di buono. Il cibo non può essere considerato come un gioiello appannaggio di chi è ricco; il cibo è materia essenziale e vitale.

Non ci possono togliere il pane dalla bocca.

Sasso



Terroristi armati di polpette
28 aprile, 2008, 11:22 am
Filed under: Esteri

Continua il genocidio. Altre vittime vanno ad alimentare l’olocausto palestinese. Ancora morte e distruzione a Gaza. Siamo a Beit Hanun, campo profughi nel nord della striscia, una cannonata partita da un tank israeliano centra in pieno una casa: dentro una famiglia faceva tranquillamente colazione, quattro bambini sono morti sul colpo. La mamma, gravemente ferita si è spenta poco dopo all’ospedale, per lei non c’è stato nulla da fare. Ad aprire il fuoco un tank di Tsahal, impegnato nell’ennesima “operazione di lotta preventiva al terrorismo”, in risposta al continuo lancio di razzi Quassam da parte dei miliziani di Hamas.

Secondo le dichiarazioni dei servizi di emergenza palestinesi i piccoli erano fratellini di età compresa tra i sei anni ed i 15 mesi (magari da adulti sarebbero diventati dei bravi terroristi, di che preoccuparsi!), tra le vittime ci sarebbero, il condizionale è d’obbligo, anche due miliziani. L’eccidio è confermato anche dal solito immancabile portavoce israeliano, pronto a giustificarsi agli occhi del mondo: un soldato di tsahal sarebbe rimasto ferito (da una polpetta lanciata da uno dei bimbi?) ed è stato colpito un numero imprecisato di miliziani.

Continua poi il portavoce sostenendo che gli scontri sono scoppiati nel corso dell’operazione “infrastrutture del terrorismo”. Durante questa brillante operazione i soldati sono stati attaccati e hanno risposto al fuoco. Oltre ai tank è intervenuta anche l’aviazione con due raid d’appoggio. I pericolosissimi bambini armati di polpette richiedevano anche l’appoggio aereo! Sempre secondo il brillantissimo portavoce non risulta che alcuna casa sia stata colpita da cannonate. Se esistono vittime civili, continua, la responsabilità sarebbe solo ed esclusivamente dei terroristi, che scelgono di attaccare da zone densamente abitate da popolazioni civili.

Un commento sulle dichiarazioni del mio portavoce preferito è doveroso. Che questi terroristi esistano e costituiscano una minaccia è tutto da dimostrare. Il lancio dei famigerati razzi Quassam ha causato 14 morti in 7 anni, mentre sono state migliaia le vittime dei raid Israeliani. Per confondere l’opinione pubblica il lancio di Quassam o Kassam, viene spesso accostato al lancio dei Katiusha da parte di Hezbollah, avvenuto durante la recente invasione del Libano dei soldati di Tsahal, lancio avvenuto perciò in risposta ad un atto di guerra e all’invasione del proprio territorio.

I Quassam sono ben più piccoli e inefficaci dei Katiusha, e pallottoliere alla mano, le vittime di questi lanci che Israele usa per giustificare i propri giochini sadici sono migliaia di volte inferiori rispetto alle vittime di Gaza. Con arroganza si sostiene poi che i terroristi attaccherebbero da zone densamente popolate facendosi scudo di donne e bambini. Bella favola.  Gaza è un fazzoletto di terra dove vengono tenute prigioniere in casa propria oltre 1 milione e mezzo di persone. Non esiste un posto al suo interno che non sia densamente popolato. Le persone vivono stipate come sardine. Ma la storia è sempre la stessa. Da una parte combatte un esercito armato di polpette e bucce di banana, dall’altra troviamo un esercito con carri armati, raid aerei d’appoggio e 400 testate nucleari a lunga gittata in cantina. Tanti saluti ai 4 fratellini, tanti saluti a Gaza. All’unica democrazia del medio oriente, tutto è concesso.

Alessandro

Guarda il video: http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=19762



Quando si pensa di aver già toccato il fondo…
24 aprile, 2008, 3:29 pm
Filed under: Tempi moderni

 

Quando si crede di aver toccato il fondo, di aver visto tutto quel che c’è da vedere, arriva sempre qualcosa di nuovo capace di stupirti. Basta aprire i giornali o accendere la dea tv. Tanti fatti di cronaca più o meno agghiaccianti, soprattutto cronaca nera: omicidi, rapine, stupri, teste di cavallo regalate come gentile omaggio ai sindaci. Tutte cose all’ordine del giorno: ci sarà l’ennesima villetta derubata dallo zingaro (etnia rom!), l’ennesimo anziano massacrato dal figlio o da qualche altro parente. Potremmo trovare l’ennesima vittima della “guida in stato di ebbrezza”, di sicuro ci sarà il solito caso di bullismo! Oggi tira che una meraviglia. Giusto per sorridere un po’ cito l’ultimo che ho sentito: in classe, gara di virilità su chi ha il pene più lungo, pazzesco.

Ho fatto una panoramica delle notizie che i media daranno per i prossimi mesi, tanto sono sempre le stesse. Aggiungeteci qualche fatto di attualità politica, qualche culo di velina e qualche notiziola di gossip all’ultimo grido ed ecco che la scaletta è fatta. A volte mi chiedo se la gente guarda i telegiornali per informarsi davvero o semplicemente perché vengono trasmessi durante le ore dei pasti, probabilmente non lo saprò mai. Torniamo a noi. Cos’è che mi ha stupito e mi ha fatto notare che il fondo è ben distante dall’essere toccato in tutto questo?

Ormai non è nemmeno più l’inefficienza delle nostre forze dell’ordine e dei nostri magistrati, che rimettono a piede libero stupratori, pedofili, zingari asfaltatori di bambini e altra feccia simile. Da arrestare ci sono gli evasori! I temibili e pericolosissimi mazzi di prezzemolo non scontrinati!  No non è questo, vorrei che fosse solo questo a farmi stupire. Quel che mi lascia sgomento è l’indifferenza della gente. L’individualismo e il materialismo che fanno parte di questa società. Il pensare solo ed esclusivamente al piacere personale: “chi sono gli altri? Esisto solo io!”

Cito in particolar modo due casi, il primo avviene nel mio paese pochi giorni fa, e non è la prima volta che accade. Un disperato che perde casa e lavoro, diritti elementari e “costituzionalmente garantiti”, tenta di gettarsi giù dal muraglione del municipio. La gente da sotto sghignazzava e rideva, magari lo filmava col videotelefonino di Paris Hilton. Che spettacolo orribile, che pena. La gente intendo! Il disgraziato, di cui non faccio il nome per rispetto, è stato preso per pazzo. Sindaco, polizia municipale e signorotti mafiosi locali di turno pronti a coccolarlo, a farlo curare e visitare da qualche psicologo. Certo: è pazzo! gli serve aiuto! Di casa e lavoro però, nel mio paese, manco l’ombra. Nessuno sembra capire che a quell’uomo serve solo la dignità di vivere. L’analista servirebbe al cretinetto col videotelefonino di Paris Hilton, così capirà che tra vent’anni, quando mammina non lo manterrà più, sull’orlo del muraglione potrebbe finirci anche lui.

Il secondo: leggo di un cinquantenne (a Roma) che cade da trenta metri mentre lavora, si schianta al suolo e muore sul colpo. Faceva le pulizie, non si sa come è caduto giù, per lui non c’è stato nulla da fare. La gente che passava di sotto si è limitata ad ignorarlo. A detta di un testimone c’è stato addirittura chi ha scavalcato il cadavere ed ha proseguito per la propria strada, senza degnarlo d’uno sguardo. Come un cane, anzi forse peggio. Se chi abbandona un cane in autostrada è un bastardo (Lo dice la tv!), mi chiedo: chi ignora un uomo sul ciglio della strada, con in cranio fracassato, in un lago di sangue, con ancora in mano lo straccio usato per le pulizie, che cos’è?

Risposta semplice. È solo un normale individuo. Uno dei tanti che vivono al mondo d’oggi. Una persona vittima dell’egoismo sfrenato e del materialismo che si è impossessato del nostro essere moderno. Penso che chi non si è fermato per chiedere aiuto, anche solo per urlare o per chiamare un’ambulanza, probabilmente aveva fretta, doveva correre, il tempo è denaro!

Forse dovremmo cominciare a chiederci se gli analisti servono per chi, disperato e lasciato solo, privato della propria dignità di essere uomo libero, cerca di farla finita, oppure per curare la società stessa. Domanda più che lecita se osserviamo quel che ci circonda nel nostro piccolo quotidiano. L’analista è ovviamente inutile. Alla società d’oggi serve un agire politico che si concretizzi  per la comunità e non per i singoli. Serve che ai più giovani venga insegnato che “libertà” non vuol dire arraffare tutto l’arraffabile e fare il proprio porcicomodo dalla mattina alla sera. È indispensabile che l’agire politico muova per cambiare la mentalità delle persone. Serve la cura, e in fretta.

Quando si capirà che libertà è sinonimo di dignità dell’uomo? Ci sarà certezza di un futuro per le generazioni che oggi stanno crescendo tra videotelefonini e coca party? Quando le persone senza casa e lavoro troveranno un impegno politico che si muova per dare risposte, non analisti-psicologi? La società prenderà coscienza che il fondo è stato toccato e superato da un pezzo? E quando si capirà che l’uomo ha bisogno di uno stato etico, sociale, padre ed educatore? Un giorno mi piacerebbe vedere un telegiornale che apra la propria scaletta con queste domande, in attesa che qualcuno dia delle risposte.

Unica convinzione è che le risposte arrivano solo se qualcuno fa domande. Portare alla luce la malattia e nel proprio piccolo, cercare di limitarne gli effetti, attraverso il proprio impegno pratico nel quotidiano. E non ultimo cercare sempre di essere esempio. Se non ci si migliora, allora non si può cercare di migliorare il prossimo.

Essere l’idea, essere l’esempio.

Alessandro



Una voce fuori dal coro
21 aprile, 2008, 8:11 pm
Filed under: Economia

Comincia la partita del prossimo ministro dell’economia Giulio Tremonti.

Calcio d’inizio e subito si parte all’attacco. Intervenuto a Parigi in qualità di presidente dell’Aspen Institute Italia, non le manda a certo a dire e incalza Mario Draghi, governatore di Bankitalia s.p.a, intervenuto al G7, dove ha recentemente lanciato il suo piano (Financial Stability Forum) per il superamento della crisi che sta sconvolgendo i mercati finanziari dell’occidente benpensante. Piano che, tristemente,  ha raccolto il consenso del mondo dell’alta finanza internazionale.  “A occhio, sostiene il futuro inquilino di via XX settembre, è come un’aspirina data per una malattia più grave” si tratta infatti di “strumenti vecchi e fumosi” nonché “reticenti” in quanto Draghi “omette di parlare di nazionalizzazioni e aiuti di stato“.

Tremonti non nasconde tutte le sue perplessità sul pseudo programma di Draghi davanti agli economisti europei ed americani presenti alla riunione dell’ Aspen e rincara la dose:  “Verso un nuovo mondo non si può andare con idee e strumenti vecchi“. “C’è la consapevolezza di una crisi profonda non solo economica, ma anche sociale, con l’impoverimento del ceto medio, e fatta di tensioni geopolitiche“.

Proprio per questo le soluzioni contenute nel Financial Stability Forum appaiono drammaticamente insufficienti. “E’ un po’ come chiudere la porta dopo che sono scappati i buoi“. E continua “Non è poi un testo che si va a rileggere. Nelle sue conclusioni non troviamo mai la parola nazionalizzazione. Si omette così il passaggio più significativo. Dove si fa l’elenco degli strumenti da utilizzare si parla si iniezione di liquidità e altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave ‘aiuti di stato’. Non si parla mai di ‘salvataggi’. E se un rapporto del genere non parla di cose reali, quali le nazionalizzazioni, che sono state fatte e si faranno ancora, ci troviamo di fronte a quel tipo di cultura, di tecnica, che non basta più per gestire cose che ad oggi sono cambiate.

Chiara e netta quindi la posizione del ministro in pectore. Urge un netto cambio di rotta, un bel giro di timone, cambiare l’approccio con il sistema economico dei mercati e partire alla ricerca di nuove vie. Niente mezzi termini perciò: Nazionalizzazioni, interventi drastici e reali per dare un netto giro di vite e contribuire al rilancio delle economie. Ritorna quindi sulla crisi: ” Viviamo in tempi non ordinari, ma in tempi straordinari. Non è più un problema di crescere dello 0,3 o dello 0,2%. Questo tipo di modellini basati sulle previsioni di crescita dello zero virgola-qualcosa non funziona più. Così come tutto il set di strumenti finora applicati (da gente come Draghi o altri eurocrati  ndr) sulla crisi dei mercati“. “E’ come la penicillina nel 1945: oggi, dopo oltre mezzo secolo non è più un antibiotico efficace“. A chiudere l’intervento  poi un paragone con la crisi del ’29: ” Oggi tutto avviene fuori da ogni controllo. Nel ventinove i controlli non c’erano. Oggi ci sono, ma sono domestici, nazionali dunque insufficienti e inadeguati per fronteggiare i problemi sollevati dalla diffusione dei nuovi ‘strumenti finanziari’, come gli ‘equity found’ per i quali l’unica regola è non avere regole”.

Uno a zero e palla al centro. Prime parole da futuro ministro dunque per Giulio Tremonti, primi attacchi all’eurocrazia benpensante di Draghi&Co. Nell’attesa che alle parole seguano i fatti, cominciamo ad apprezzare i primi segnali di un cambio di rotta al timone dell’economia. Non sarà una rivoluzione, ma è già un primo passo avanti. Di questi tempi, preferisco accontentarmi.

Chi ben comincia è a metà dell’opera.

 Alessandro

Fonte:Ansa



Tauromachia Israeliana
18 aprile, 2008, 12:26 am
Filed under: Esteri

Ancora sangue nella striscia di Gaza. Nessuna novità nell’aria. Ormai i giornali dell’occidente democratico raccontano il tutto con distaccata freddezza. In perfetto stile british, molto distaccato e privo di sentimento. Scene che ci raccontano l’ennesimo bagno di sangue nel più grande campo di concentramento esistente al mondo. Perché di questo si tratta. Parliamo di un fazzoletto di terra grande 360kmq abitato da circa un milione e mezzo di palestinesi imprigionati all’interno della loro stessa terra. Di fatto prigionieri in patria.

Come già detto nulla di nuovo. C’è sempre un muro innalzato che svetta in Palestina. C’è sempre un embargo a limitare ogni ingresso di beni di prima necessità, acqua compresa. Sono costanti i tagli alla fornitura di greggio ed elettricità. È fatto divieto a qualunque cittadino israeliano e occidentale di entrare o uscire nella prigione, divieto che ovviamente riguarda anche i prigionieri. Di fatto è impossibile intraprendere una qualunque attività economica, un qualunque esercizio commerciale. Mancano infatti banche, uffici postali, infrastrutture ed un efficiente disponibilità di moneta che favorisca l’economia locale. Trovare cibo e acqua nei mercati è quasi impossibile, per non parlare della mancanza di spazio vitale. La densità di popolazione è altissima. Gli inquilini di Gaza vivono stipati come tori prima della corrida.

Già, perché proprio di corrida si tratta. Nulla di nuovo, come già detto. È di ieri la notizia dell’ennesimo bagno di sangue. Ancora una volta Tzahal (l’esercito di “difesa” israeliano) ha aperto le porte dell’arena per compiere l’ennesima incursione nel territorio palestinese. Gli eroici toreri si sono mossi per intercettare un commando di Hamas pronto ad incornare con i soliti misteriosi lanci di razzi Kassam. Tale pericolo andava sventato, come riferisce un portavoce del governo israeliano. Ne è nata una scaramuccia nei pressi del valico di Nahal Oz, con il risultato di quattro militanti di Hamas e tre soldati israeliani caduti nei combattimenti.

La rappresaglia non si è fatta attendere a lungo. Nelle ore immediatamente successive alcuni raid aerei a bassa quota hanno portato la morte di un palestinese, diversi i feriti. A El bureij nel centro della striscia un elicottero di Tzahal ha sparato dei missili contro un gruppo di miliziani. Piccolo problema però, mira sbagliata! Colpito il campo profughi, nove i morti. Due dei quali bambini. Colpito anche un fuoristrada della Reuters, l’agenzia di stampa britannica. All’interno vi si trovava il reporter locale che collaborava con la testata inglese.

Soliti danni collaterali, dirà il solito portavoce. Solite blandi commenti ed inviti alla tregua e alla pace arrivano dal mondo occidentale. Chissà se la Reuters chiederà i danni per il fuoristrada. Già quello potrebbe essere un atto antisemita, meglio evitare. Probabilmente erano pure assicurati. Gli inglesi assicurano praticamente tutto. Sono previdenti, loro.

Nella plaza de toros, quando va di scena la corrida, a morire in un bagno di sangue è sempre il toro. Il torero matador è sempre portato in festa ed osannato. Ma questo, ormai, non fa più tanto scalpore. Quello che preoccupa, nella corrida, è il pubblico. Assiste compiaciuto alla mattanza, senza nulla fare. Si preoccupa piuttosto che il torero non subisca danni dalle legittime incornate del toro, che, ben conscio della morte vicina, cerca di difendersi in qualche modo. Niente di nuovo perciò.

Stiano tranquilli gli spettatori paganti. A Gaza muore sempre il toro.

Alessandro