Cascasse il Mondo | Giornale Online


Quando parcheggiare diventa un inferno!
6 maggio, 2008, 5:37 pm
Filed under: Tempi moderni

La politica al servizio del cittadino, nel quotidiano, nelle piccole cose che ci circondano. Il primo gradino della militanza politica è la battaglia più piccola, che può sembrare la più insignificante, ma che in realtà, è fondamentale e ogni giorno più preoccupante. Presenza nelle strade, nei quartieri, tra la gente. In questo caso anche nei parcheggi.

Cagliari è una città con un volume di traffico enormemente elevato, la circolazione dei veicoli per le sue strade arriva a livelli talvolta drammatici. Traffico, caos e relativo nervosismo. Il cittadino medio al volante si trasforma, è come andare in guerra, una volta acceso il motore e messa la cintura si deve andare in battaglia! Si sa già che quando si raggiungerà la meta, arriverà il problema quotidiano, il dramma che tutti vorrebbero evitare: la ricerca del parcheggio.

L’estenuante ricerca di un parcheggio libero nella nostra città si conclude con il consueto incontro con il “parcheggiatore abusivo“. In pochi anni i parcheggiatori sono passati da poche unità ad un numero esageratamente sproporzionato rispetto alle aree di sosta disponibili. In certe zone l’auto viene accerchiata da diversi elementi, mentre decine di altri “parcheggiatori abusivi” presidiano l’intero isolato. Il risultato? Sfuggire alla richiesta del solito fazzolettino, accendino, copri-cruscotto e via dicendo è praticamente impossibile. Spesso si è di fretta, basti pensare a parcheggi vicini ad uffici pubblici, poste, ospedali. Le persone non hanno il tempo di contrattare per un fazzoletto e pur di liberarsi del fastidio comprano la prima cosa che gli capita. Non fumatori con macchine ricolme di accendini, scorta annuale di fazzoletti, tre o quattro “parasole” in macchina. Niente di strano se, un giorno, si vedrà qualche automobilista rivendere gli accendini, preso dalla disperazione.

Il solito moralizzatore benpensante e tollerante dirà che sono disperati e che un euro non costa nulla, anzi è beneficenza. Pagare un euro (se va bene) ogni volta che si parcheggia, di solito anche due o tre volte al giorno (tutti i giorni) non è beneficenza: è costrizione! Si è costretti perché si teme per la propria macchina e, ancora peggio, si teme per la propria persona. Non sono rari, infatti, i casi di molestie. Donne e anziani sono i soggetti più colpiti. Ma anche persone che solitamente sono sole, poco potrebbero fare contro dozzine di individui poco rassicuranti che presidiano illegalmente,  le aree di parcheggio cittadine.

Senza contare poi, che il cittadino medio deve anche pagare il parcheggio, perché si trova nelle strisce blu. Ci troviamo perciò di fronte ad un doppio pedaggio. Si paga il comune da un lato e dall’altro “l’associazione parcheggiatori abusivi“. Questa situazione, sino ad oggi tollerata, non può e non deve andare avanti. Un cittadino non deve essere costretto a “pagare il pizzo” per la sicurezza della propria auto, con la beffa aggiuntiva poi di dover pagare la quota anche al comune.

Gli stessi individui che invadono i parcheggi li si può facilmente ritrovare nelle strade del centro, dove, di fronte alle vetrine dei negozi (che pagano affitto, tasse, luce e spese varie) vendono illegalmente merce contraffatta (borsette, capi d’abbigliamento, cd-dvd piratati) sotto il naso della polizia. Passi uno, passi due ma quando l’intero centro (si pensi a piazza Yenne e a largo Carlo Felice) è letteralmente invaso da soggetti che vivono ed operano al di sopra della legge, si capisce bene che la situazione non può più essere tollerata.

Per questo Azione Giovani ha iniziato una battaglia per restituire ai cittadini di Cagliari la libertà e la sicurezza di poter parcheggiare senza il pensiero per la propria incolumità fisica e quella del proprio autoveicolo.  Per questo scendiamo in campo per chiedere il rispetto delle leggi da parte di chi non le rispetta, in nome della solita impunità e della solita tolleranza che alimenta le file dei soliti moralizzatori benpensanti, che poi, quando toccati sul personale, sono i primi a gridare allo scandalo e a chiedere giustizia.

Per questo Azione Giovani ha studiato e lanciato una petizione popolare che permetta alla cittadinanza di sottoporre il problema alle istituzioni, indirizzandola al Sindaco di Cagliari e al Questore affinché mettano fine a questo problema, ripristinando la legalità nelle aree di sosta e delle zone commerciali-turistiche del centro. La raccolta firme è già partita e ci vedrà in questi giorni presenti per le strade del centro a contatto con il cittadino, per renderlo partecipe attivamente dell’azione politica.

È possibile inoltre firmare la petizione anche in rete al sito: http://www.firmiamo.it/controiparcheggiatoriabusiviacagliari.

Basta perbenismo! Basta tolleranza. Politica al servizio del cittadino.

 Azione Giovani

Comunità Militante Caravella

Annunci


Facce torve all’evasore, calci in bocca al moralizzatore!
6 maggio, 2008, 5:22 pm
Filed under: Tempi moderni

Qualche giorno fa, l’Agenzia delle Entrate ha deciso di pubblicare online le dichiarazioni dei redditi degli italiani. Non appena si è diffusa la notizia e fino all’intervento del Garante della Privacy che ha disposto l’oscurazione delle pagine web, il sito dell’Agenzia è stato preso d’assalto dai cibernauti. Nel mentre già infuriava la polemica sulla legittimità o meno di rendere accessibili al pubblico quei dati. Comunque la si pensi, la pubblicazione di dati personali senza il consenso dell’interessato costituisce violazione della normativa sulla privacy ed espone chi vi si sottrae al risarcimento del danno arrecato. In questo caso il danno è anche più grave perché, nonostante l’intervento del Garante, le dichiarazioni dei redditi continuano tuttora a circolare in rete attraverso sistemi “peer to peer” (eMule).

Tra le prese di posizione a favore della pubblicazione online dei redditi, merita di essere riportata quella resa da Marco Travaglio durante l’ultima puntata di Annozero. “Così – affermava il giornalista – il dipendente pubblico che dichiara 15,000 euro l’anno potrà fare una faccia torva al gioielliere vicino di casa che ne dichiara soltanto 3,000“.

Non si capisce ancora per quale motivo e in ossequio a quale principio l’Agenzia delle Entrate abbia disposto la pubblicazione ma certamente non era nelle sue intenzioni – e se lo era si tratta di un fatto gravissimo – mettere in moto il meccanismo che si augura Travaglio. Perché assecondare istinti così bassi è quasi peggio di evadere le tasse. È contro ogni logica e ogni morale legittimare e favorire atteggiamenti di questo tipo o investire il cittadino di una funzione moralizzatrice a cui non è tenuto e di cui semmai è titolare unicamente lo Stato. Che più che permettere al cittadino di controllare quanto guadagna il vicino di casa, dovrebbe provvedere a che l’evasore non evada più, ristabilendo soprattutto un rapporto di fiducia con il contribuente, riducendo sì la pressione fiscale ma anche corrispondendo servizi adeguati in rapporto alle tasse versate.

I moralizzatori se ne devono rimanere a casa, specie se a muoverli verso così ignobili intenti è questa antipatica lotta di classe di ritorno, mista alla morbosa perversione, tutta italiana, di andare a spulciare le dichiarazioni dei redditi dei vicini. Peggio del moralizzatore c’è infatti solo il moralizzatore guardone. E se poi il dipendente di Travaglio oltre al gioielliere scopre che anche l’edicolante, il commerciante e l’avvocato dichiarano meno di quanto guadagnano? Facce torve anche a loro e poi a casa, appagati o magari devastati dal desiderio inconfessato di emularli.

Per cui se mai vi dovesse venire voglia di fare facce torve agli evasori, prima di piazzarvi di fronte a casa del vicino, andate da Travaglio e sputategli in un occhio!  

Giulio



Il ritorno di Peppone… e don Camillo
4 maggio, 2008, 12:30 am
Filed under: Tempi moderni

 

Dopo il sindaco di Alghero, che durante la cerimonia del 25 Aprile aveva proibito alla banda di intonare le note di “bella ciao“, anche altre figure seguono l’esempio del primo cittadino isolano. Succede a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), durante i funerali di Egidio Cozzi, un ex partigiano. Stavolta è il parroco locale a impedire che risuonino le note di “bella ciao“, sia all’interno che all’esterno della chiesa. A richiedere la canzone venisse suonata è stato lo stesso defunto, che più volte in vita, aveva manifestato la volontà che alla sua cerimonia funebre una banda intonasse la tanto amata canzone. Ma a tale richiesta si è opposto il parroco che ha impedito alla piccola orchestra partigiana di esibirsi all’interno della parrocchia.

La risposta del don Camillo friulano non tarda ad arrivare: “Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica all’interno dei luoghi di culto” si è giustificato, precisando però di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. “E’ stata una cosa poco sensibile e irrispettosa del defunto e dei suoi familiari” riferisce il segretario dell’Anpi di Pordenone “I familiari  avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa, quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato,  è sembrato a tutti un affronto, e abbiamo rinunciato alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile“.

Dopo Alghero, perciò, un altro rifiuto per “bella ciao“. La moda partigiana, perché di moda si tratta, comincia ad affievolirsi, come testimonia la scarsa affluenza popolare ai vari concerti sinistroidi del 25 Aprile. Gli Italiani sono accorsi in massa ad assistere al fenomeno Grillo, poco interessati alle vicende partigiane. Le recenti parole di Berlusconi, che invitavano a “rispettare i ragazzi di Salò, e i motivi per i quali essi lottavano“, gli operai del nord che votano la lega, i quartieri proletari di Roma che votano il “neofascista” Alemanno, sono un segnale forte, di un’Italia che sta cambiando.

Le parole di Giorgia Meloni, ex vicepresidente della camera, sono anch’esse un segnale di sdoganamento e di superamento delle vecchie logiche dei blocchi contrapposti: “Anche i giovani militanti del Fronte della gioventù che morirono assassinati sono martiri dell’Italia, non solo della Destra“. E aggiunge: “Eravamo ragazzi con un’idea della ribellione finalizzata a costruire un mondo diverso, ragazzi che consideravano e considerano ancora il potere come uno strumento e non un obiettivo. Il Fronte della gioventù è la mia storia».

«Per noi la violenza non è mai stata uno strumento dell’agire. Al contrario c’è tanta nostra gente che si è dovuta difendere, poichè veniamo dalla storia di una comunità politica che, per un certo periodo del suo percorso, è stata considerata un bersaglio da tutti. La storia di quei ragazzi che morivano a 16 anni in mezzo alla strada ed era normale perchè ammazzare un fascista non era reato. Erano ragazzi nati nel 1965, venti anni dopo il fascismo, che non c’entravano nulla con il fascismo e per i quali la società non ha versato una lacrima. Io dico che storie analoghe ci sono state anche dall’altra parte della barricata e che solo oggi si sta rendendo giustizia a tutti quei ragazzi». C’è chi, perciò, percepisce il vento di cambiamento e non rinnega il proprio passato, “se rinnegassi il Fronte della gioventù rinnegherei me stessa. Tutto ciò che mi porto dentro di pulito, di autentico, di ideale me lo ha insegnato il Fronte della gioventù“, ma mira a portarne avanti valori ed idee, davvero patrimonio di tutti gli Italiani, e concretizzarle in prospettiva futura.

Ma c’è anche chi, improvvisatosi Peppone di turno, completamente fuori tempo massimo e rinnegando la propria storia, anche familiare, esalta il 25 Aprile e ne enfatizza i “valori” che sino ad oggi ci siamo portati dietro. Valori che, al di là di ogni personale giudizio sulla data del 25 aprile, di fatto alimentano rancore, odio, invidia e divisione. Tutti “valori” che, in uno stato organico, che vede nell’intera comunità nazionale la propria forza interiore, servono solo a portare indietro il paese verso un passato recente, colmo di errori da cui dobbiamo imparare, che non deve più tornare.

Riuscirà il novello Peppone a capire questo?

Alessandro



Scelte di vita
30 aprile, 2008, 1:47 pm
Filed under: Tempi moderni

 

E’ un mondo sempre più figlio della globalizzazione e del precariato, dove casa, lavoro e futuro diventano desideri difficilmente realizzabili. E’ un mondo dove banche usuraie ed alta finanza la fanno da padroni, ipotecando tutto e tutti, comprando la dignità degli uomini e delle generazioni future. Questa è la società che ha tolto dal vocabolario le parole responsabilità, sacrificio, volontà, speranza, coraggio, famiglia. Le ha tolte per sostituirle con un’altra: aborto.

Molte giovani coppie scelgono la via dell’aborto perché non possono o non vogliono mantenere un figlio. Il bambino è un costo. È un bene di lusso. Consuma più di una macchina, tiene svegli la notte, e bisogna pure cambiargli il pannolino. Leggo su la Repubblica di una neomamma che sceglie di abortire perché tra lei ed il suo partner guadagnano 1300 euro mensili. Entrambi precari, entrambi sfruttati. Impossibile perciò mantenere un figlio. La coppia ha fatto due più due, ha usato “la ragione” ed è arrivata alla triste e sofferta decisione. Chi pagherà sarà il bambino.

La neomamma sofferente e disperata decide però di scrivere al nostro beneamato Presidente della Repubblica. Scrive “dell’emozione bruciante, felicità incontenibile” alla scoperta della gravidanza, ben presto però “la ragione ha preso il posto del cuore“. Il suo appello a Napolitano prosegue: “Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre“.

Nel rispondere poi alle domande della giornalista colpiscono alcune risposte: “..non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l’anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità? Ce l’ho messa tutta per costruirmi un futuro.. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome“.

Cosa risponderà la più alta carica istituzionale a questa donna? Il nostro presidente partigiano riuscirà ridare la dignità ad una mamma che sta per scegliere la via più facile? Ci si aspetta da lui che spieghi che un bambino non ha colpa se lo stato ha lasciato le redini del paese a banche e multinazionali, privando le nuove generazioni delle dignità più elementari: casa, lavoro, stabilità, sicurezza. Saprà Napolitano convincere la neomamma che la vita è fatta di scelte, di responsabilità, di sacrifici e di coraggio? Probabilmente no.

Dubito che alla ragazza basteranno le parole di un partigiano. Le servirebbe più uno stato forte, che tuteli i più elementari diritti degli italiani. Uno Stato che non porti l’uomo a scegliere sempre la via più facile, spesso obbligata. Uno Stato che ridia la voglia di essere protagonisti del proprio futuro, che consenta alle persone di vivere, non si sopravvivere. Resta l’improbabile speranza che la ragazza scelga la via più impegnativa, ossia di non far pagare al bambino le colpe della società. La speranza che la ragazza scelga la via del coraggio e permetta al bambino di combattere, dandolo magari in adozione.

Strada coraggiosa, ma percorribile.

Alessandro



Carestie del terzo millennio
29 aprile, 2008, 10:57 am
Filed under: Tempi moderni

 

Chi avrebbe mai detto che, quell’agricoltura che in tanti davano per morente, arrivasse a far discutere i maggiori esponenti dell’alta finanza e della Borsa mondiale. Investimenti, immancabili speculazioni, corse ad acquistare terreni abbandonati da agricoltori che non riescono a sostenere l’aumento del prezzo del gasolio, delle sementi o del trasporto dei prodotti. A combattere questa crisi tante parole che non hanno smosso l’impietosa e stagnante situazione: i cibi costano di più, molto di più.

Nel resto del mondo si continua a morire di fame mentre nell’occidente, ricco ( !??!) e benestante ( !!!!???) si è costretti dalla matrigna Europa a produrre derrate limitate per non sfavorire questa o quella nazione ( i produttori di latte sardi e francesi scaricarono litri e litri di latte per strada per protestare contro le sanzioni europee per lo sforamento delle quote) e contestualmente negli scaffali degli ipermercati le derrate alimentari marciscono in attesa che qualcuno le consumi. L’italiano fa economia sul cibo, visto che anche per far la spesa bisogna accedere ad un mutuo (e bisognerà creare dei forni sociali); addirittura si pensa di produrre carburante dai cereali o da altri alimenti o materie prime che l’uomo ha utilizzato da sempre per il proprio nutrimento.

Perché l’Europa continua a far male a se stessa? L’uomo qualunque si chiede per quale motivo non ci possa essere un’equa distribuzione dei cibi e come mai, vista l’alta concorrenza nel settore, i prezzi tendono costantemente a salire. Perchè l’Europa preferisce buttare la sovraproduzione piuttosto che destinarle alle zone più bisognose di cibo? Perché si dice di voler combattere l’immigrazione ma non si fa niente per trattenere i migranti nei propri Paesi d’origine? Perché il contadino nostrano guadagna 50 centesimi per il proprio prodotto, per poi vedere che, quello stesso prodotto, costa sei volte di più nell’ipermercato?

Tante domande e nessuna risposta certa. Solamente bisogna avere la voglia d’intervenire e smuovere le menti dei cittadini, perché le nostre campagne non possono e non devono divenire delle raffinerie per far muovere le automobili o gli aerei. Il cibo si mangia e se ve n’è troppo, diamolo a chi non lo ha. L’alta finanza è entrata in maniera massiccia nell’agricoltura (c’è sempre stata e forse si è capito dove sta la speculazione e perché l’Europa si muove così) e sfogliando le pagine di storia, questo non fa presagire nulla di buono. Il cibo non può essere considerato come un gioiello appannaggio di chi è ricco; il cibo è materia essenziale e vitale.

Non ci possono togliere il pane dalla bocca.

Sasso



Quando si pensa di aver già toccato il fondo…
24 aprile, 2008, 3:29 pm
Filed under: Tempi moderni

 

Quando si crede di aver toccato il fondo, di aver visto tutto quel che c’è da vedere, arriva sempre qualcosa di nuovo capace di stupirti. Basta aprire i giornali o accendere la dea tv. Tanti fatti di cronaca più o meno agghiaccianti, soprattutto cronaca nera: omicidi, rapine, stupri, teste di cavallo regalate come gentile omaggio ai sindaci. Tutte cose all’ordine del giorno: ci sarà l’ennesima villetta derubata dallo zingaro (etnia rom!), l’ennesimo anziano massacrato dal figlio o da qualche altro parente. Potremmo trovare l’ennesima vittima della “guida in stato di ebbrezza”, di sicuro ci sarà il solito caso di bullismo! Oggi tira che una meraviglia. Giusto per sorridere un po’ cito l’ultimo che ho sentito: in classe, gara di virilità su chi ha il pene più lungo, pazzesco.

Ho fatto una panoramica delle notizie che i media daranno per i prossimi mesi, tanto sono sempre le stesse. Aggiungeteci qualche fatto di attualità politica, qualche culo di velina e qualche notiziola di gossip all’ultimo grido ed ecco che la scaletta è fatta. A volte mi chiedo se la gente guarda i telegiornali per informarsi davvero o semplicemente perché vengono trasmessi durante le ore dei pasti, probabilmente non lo saprò mai. Torniamo a noi. Cos’è che mi ha stupito e mi ha fatto notare che il fondo è ben distante dall’essere toccato in tutto questo?

Ormai non è nemmeno più l’inefficienza delle nostre forze dell’ordine e dei nostri magistrati, che rimettono a piede libero stupratori, pedofili, zingari asfaltatori di bambini e altra feccia simile. Da arrestare ci sono gli evasori! I temibili e pericolosissimi mazzi di prezzemolo non scontrinati!  No non è questo, vorrei che fosse solo questo a farmi stupire. Quel che mi lascia sgomento è l’indifferenza della gente. L’individualismo e il materialismo che fanno parte di questa società. Il pensare solo ed esclusivamente al piacere personale: “chi sono gli altri? Esisto solo io!”

Cito in particolar modo due casi, il primo avviene nel mio paese pochi giorni fa, e non è la prima volta che accade. Un disperato che perde casa e lavoro, diritti elementari e “costituzionalmente garantiti”, tenta di gettarsi giù dal muraglione del municipio. La gente da sotto sghignazzava e rideva, magari lo filmava col videotelefonino di Paris Hilton. Che spettacolo orribile, che pena. La gente intendo! Il disgraziato, di cui non faccio il nome per rispetto, è stato preso per pazzo. Sindaco, polizia municipale e signorotti mafiosi locali di turno pronti a coccolarlo, a farlo curare e visitare da qualche psicologo. Certo: è pazzo! gli serve aiuto! Di casa e lavoro però, nel mio paese, manco l’ombra. Nessuno sembra capire che a quell’uomo serve solo la dignità di vivere. L’analista servirebbe al cretinetto col videotelefonino di Paris Hilton, così capirà che tra vent’anni, quando mammina non lo manterrà più, sull’orlo del muraglione potrebbe finirci anche lui.

Il secondo: leggo di un cinquantenne (a Roma) che cade da trenta metri mentre lavora, si schianta al suolo e muore sul colpo. Faceva le pulizie, non si sa come è caduto giù, per lui non c’è stato nulla da fare. La gente che passava di sotto si è limitata ad ignorarlo. A detta di un testimone c’è stato addirittura chi ha scavalcato il cadavere ed ha proseguito per la propria strada, senza degnarlo d’uno sguardo. Come un cane, anzi forse peggio. Se chi abbandona un cane in autostrada è un bastardo (Lo dice la tv!), mi chiedo: chi ignora un uomo sul ciglio della strada, con in cranio fracassato, in un lago di sangue, con ancora in mano lo straccio usato per le pulizie, che cos’è?

Risposta semplice. È solo un normale individuo. Uno dei tanti che vivono al mondo d’oggi. Una persona vittima dell’egoismo sfrenato e del materialismo che si è impossessato del nostro essere moderno. Penso che chi non si è fermato per chiedere aiuto, anche solo per urlare o per chiamare un’ambulanza, probabilmente aveva fretta, doveva correre, il tempo è denaro!

Forse dovremmo cominciare a chiederci se gli analisti servono per chi, disperato e lasciato solo, privato della propria dignità di essere uomo libero, cerca di farla finita, oppure per curare la società stessa. Domanda più che lecita se osserviamo quel che ci circonda nel nostro piccolo quotidiano. L’analista è ovviamente inutile. Alla società d’oggi serve un agire politico che si concretizzi  per la comunità e non per i singoli. Serve che ai più giovani venga insegnato che “libertà” non vuol dire arraffare tutto l’arraffabile e fare il proprio porcicomodo dalla mattina alla sera. È indispensabile che l’agire politico muova per cambiare la mentalità delle persone. Serve la cura, e in fretta.

Quando si capirà che libertà è sinonimo di dignità dell’uomo? Ci sarà certezza di un futuro per le generazioni che oggi stanno crescendo tra videotelefonini e coca party? Quando le persone senza casa e lavoro troveranno un impegno politico che si muova per dare risposte, non analisti-psicologi? La società prenderà coscienza che il fondo è stato toccato e superato da un pezzo? E quando si capirà che l’uomo ha bisogno di uno stato etico, sociale, padre ed educatore? Un giorno mi piacerebbe vedere un telegiornale che apra la propria scaletta con queste domande, in attesa che qualcuno dia delle risposte.

Unica convinzione è che le risposte arrivano solo se qualcuno fa domande. Portare alla luce la malattia e nel proprio piccolo, cercare di limitarne gli effetti, attraverso il proprio impegno pratico nel quotidiano. E non ultimo cercare sempre di essere esempio. Se non ci si migliora, allora non si può cercare di migliorare il prossimo.

Essere l’idea, essere l’esempio.

Alessandro



Breve riflessione sulle elezioni
17 aprile, 2008, 12:50 am
Filed under: Tempi moderni

 

Politica non è partito e partito non è politica. E’ sicuramente uno dei tanti “mezzi” pratici attraverso il quale attuare l’azione in tutta la sua concretezza. Preso atto della scelta di obiettivo da perseguire, resta la scelta del “mezzo” con cui attuarlo. Di fatto il partito, o meglio la scelta del partito, (cui si fa riferimento, a cui si da completa adesione attraverso una militanza più o meno impegnata piuttosto che una semplice vicinanza ideologica), diviene semplicemente la scelta strategica per ottenere risultati concreti che siano sintesi efficiente del proprio impegno quotidiano.

Resta da chiedersi perciò cosa si voglia dalla politica e cosa si voglia fare quando si sceglie di avvicinarsi alla militanza pratica. Far politica è solo amministrare? Fare politica è solo portare determinate visioni ideali all’interno delle istituzioni? Fare politica è solo risolvere i problemi della gente? Fare politica è cercare di cambiare il mondo (o semplicemente la propria città)? Fare politica è conservare la propria coerenza e integrità morale? È rappresentare le istanze di gruppi sociali, economici, o settoriali? Ho scritto le prime che mi venivano in mente, ce ne sarebbero tante altre da scrivere. Non ho la presunzione di essere io a dire cos’è “fare politica”.

Credo, magari a torto, che la visione della politica dipenda dalla personale percezione di ciascuno di noi. Percezione che spesso trova unità di intenti e affinità tra persone che si rivedono in un comune obiettivo e in battaglie comuni. Battaglie che nascono a volte all’unisono, grazie ad una medesima visione della vita, altre volte frutto di dibattiti, confronti, pluralità di opinioni e idee. Battaglie che divengono comunque sintesi di un gruppo organico. Battaglie che devono diventare proposte prima, Azione poi. Battaglie che devono diventare Obiettivi.

Lo scenario politico all’indomani delle elezioni ci regala di fatto uno scenario estremamente semplificato che vedrà per la prima volta nella storia della “democrazia” italiana soltanto due gruppi parlamentari, tre se consideriamo l’incognita Udc. Un bene? Un male? Lascio al lettore la scelta, preferisco non entrare nella polemica nata dall’evolversi del sistema politico di questi mesi. Questo articolo viene scritto con altre motivazioni. Vuole essere motivo di riflessione, di critica, di autocritica e di stimolo.

Messe le polemiche da parte perciò, resta soltanto la voglia di prendere atto che con questo sistema oggi dobbiamo confrontarci. Ci piaccia o meno le alternative partitiche “parlamentari” italiane sono due. Si chiamano “partito democratico” e “popolo delle libertà“, sempre che non si ritenga l’adesione all’Udc una seria strategia per rendere il proprio cammino politico degno di nota. Su questo dobbiamo oggi riflettere. Tutti noi, militanti politici, simpatizzanti più o meno attivi, semplici elettori o semplici cittadini disillusi. Tutti noi, e con tutti noi intendo chi ha voglia di fare politica, sia essa partecipativa o meno. A meno che non si voglia restare inerti a guardare.

Resta perciò da fare una serie di valutazioni. Parlo di strategie. Se si ritiene il partito l’unico mezzo capace di attuare al meglio l’azione, è necessario fare una scelta di parte. Schierarsi con questo o con quello. Scegliere tra un partito enorme multiforme e multicolore, dotato di rappresentanza parlamentare, scegliere l’adesione ad un partito extraparlamentare, oppure scegliere di fare politica al di fuori dei partiti o comunque appoggiandosi ad essi.

Così come non ho la presunzione di dare una definizione di Politica universalmente condivisa, forse anche a causa di un mio personale limite di visione “oggettiva”, non ho altresì la presunzione di voler dare al lettore indicazioni su quale sia la strada migliore da percorrere. Preso atto del sistema politico-partitico post-elettorale con cui ci dobbiamo oggi confrontare credo che ciò che conti davvero sia il mantenimento dell’obiettivo da perseguire. Quello nasce, cresce organicamente e va attuato a prescindere dalla strategia scelta per attuarlo.

Non importa il come, non importano i “se” o i “ma”. L’importante è Agire.

Alessandro