Cascasse il Mondo | Giornale Online


Cina: tra triade e olimpiadi
11 maggio, 2008, 6:46 pm
Filed under: Esteri

Pubblichiamo un estratto di “Orientamenti & Ricerca”, notiziario periodico del Centro Studi Polaris. Scegliamo di riportare la parte prettamente dedicata alla Cina. Ciò per capire ed interpretare le sue strategie politico-economiche, analizzare la sua situazione sociale interna, approfondire le sue relazioni (non solo commerciali o diplomatiche, come si vedrà) con i paesi occidentali. Un analisi finalizzata al collocamento del gigante asiatico nel grande scacchiere della politica mondiale. Una lettura che può fornire anche indicazioni su come mai in Cina si svolgeranno le prossime olimpiadi, e sul perchè ancora oggi, nonostante tutto, il tibet resti ancora prigioniero del capitalcomunismo orientale.

LA YALTA DELLA DROGA. A partire dal 1972 quando Mao e il presidente americano Nixon s’incontrano a Pechino e assistono a una famosa partita di ping-pong le relazioni tra Cina e Stati Uniti cambiano ufficialmente. Ma già da qualche mese, nel 1971, la Cina era stata ammessa all’Onu con l’espulsione dei rappresentanti di Taiwan (Formosa). Cosa cambia? Innanzitutto gli Usa abbandonano la presa in Vietnam tanto che la guerra sarà vinta dai comunisti e conclusa nel 1975. Poi la Cina agirà sul piano internazionale, e particolarmente in Africa, perseguendo i suoi interessi in pieno accordo con le Multinazionali americane e in contrasto con la Russia. Infine verrà stipulata l’alleanza sporca (mafie, triadi, partito, servizi segreti, banche) per la gestione del traffico internazionale d’oppio e d’eroina. Impossibile avere un’idea della portata del narcotraffico; le sue cifre sono, per definizione, clandestine; tuttavia nell’economia mondiale esso rappresenta la seconda o la terza voce (è in ballottaggio con il traffico d’armi) inferiore solo al petrolio.

Per conseguenza dell’accordo al vertice le triadi cinesi si vedono aperte le strade per l’occidente e la stessa mafia americana, con l’ingresso vigoroso degli asiatici,viene completamente rivoluzionata nella sua composizione etnoculturale, nelle sue strutture e nei rapporti di forza. Con la svolta degli anni Settanta inoltre la Cina lega il suo futuro e la sua espansione alla geopolitica delle multinazionali, a una cooperazione sostanziale con gli Usa e ad un ruolo importante nel traffico di droga. Una serie di alleanze mafiose tra le triadi (che si confondono con i vertici stessi del partito comunista cinese) e le varie mafie ha luogo. I cinesi vanno a prendere possesso del Triangolo d’oro scalzandovi i padrini nazionalisti ed intraprendono la linea politica di una potenza comunista che vive nel capitalismo e del capitalismo. Nel 1976 muore Mao e prende il potere Deng Xiaoping che intraprende la svolta del “comunismo di mercato“. Nel trentennio che fa seguito all’ascesa di Deng e al varo del comunismo di mercato si assiste ad un fenomeno molto particolare. La società cinese, retta da un solo partito, appunto quello comunista, che coincide con le gerarchie mafiose delle triadi spinge ad uno sviluppo industriale a ritmi serrati che però produce una forte divaricazione di classe.

IL PARADISO CINESE. La Cina, che conta approssimativamente un miliardo e trecento milioni di abitanti, produce un milione e mezzo circa di plurimiliardari, avvia lo sviluppo di una non nutrita classe media ma, soprattutto, produce un proletariato povero e disperato che si vede costretto a vagare in cerca di lavoro abbandonando le campagne. Negli ultimi quindici anni i miserabili che migrano e vivono in assoluta precarietà e senza diritti sono diventati oltre duecento milioni.

Questi alcuni dati del “paradiso cinese” (fonte: Lotta Comunista): il salario minimo concesso a questi disperati, introdotto nel 2004 equivale al 20% del reddito medio nelle città. Malattie come la silicosi affliggono più di 4 milioni di lavoratori. 15 mila l’anno sono vittime di incidenti mortali, 13 al giorno sono vittime di amputazioni per incidenti sul lavoro che li condannano alla miseria fino alla morte. Le giornate lavorative sono di 15 ore 7 giorni su 7. La Cina si sta man mano strutturando per zone di diversa ricchezza (o meglio di diversa povertà) e nelle zone interne, ove iniziano a impiantarsi i capitali per sfruttare una mano d’opera ancor più sottopagata, l’impennata delle derrate alimentari ha reso miserabili folle intere che si gettano nell’immigrazione interna. E questo riguarda i lavoratori ufficiali, sindacalizzati, non in nero, ai quali si devono aggiungere i clandestini e gli schiavi (quelli che lavorano gratis nei campi di concentramento, i laogai). Lo scontro sociale si acuisce ed ha superato la soglia dei mille conflitti al giorno. Intanto i capitali cinesi investono in zone limitrofe con mano d’opera ancor meno cara, come il Vietnam.

Come socialismo reale non c’è male, decisamente. Poi ci sono i Laogai. Sono campi di concentramento dove il detenuto lavora per ore in condizioni subumane e mangia qualche pugno di riso in proporzione a quanto ha prodotto. I detenuti (dai cinque ai sei milioni) muoiono spesso di stenti. Le condanne a morte, che sono comminabili per ben sessantaquattro capi d’imputazione anche minori in seguito a processi farsa, vengono eseguite per ottomila l’anno. Così richiede l’industria degli espianti d’organi e dei loro mercati (in Cina e in Usa). Questa industria della morte è fiorentissima nel paradiso capital/comunista.

LA GUERRA SILENZIOSA DELLA CINA. Negli ultimi anni la questione cinese è stata sostanzialmente trattata dai media e dalla letteratura specialistica secondo due schemi interpretativi : alcuni hanno visto il confronto (commerciale, finanziario, geopolitico) tra noi e la Cina come un evento dal quale sarebbe potuto scaturire, in fin dei conti, un vantaggio per l’Europa, altri (soprattutto ultimamente) hanno invece ravvisato la piena entrata della Cina nel sistema mondiale odierno come una pericolosa, e per certi versi poco prevedibile, variabile. Ad oggi la Cina rappresenta già un gigante economico in piena ascesa : nel 2001 ha aderito al WTO (una organizzazione privata che regola il commercio mondiale) raddoppiando in pochi anni il proprio PIL e sorpassando di gran lunga Italia, Francia e Regno Unito. In questo momento poi, dopo gli USA, è la destinazione che attrae la maggior quantità di capitali esteri.

La svolta del comunismo di mercato, intrapresa già dalla fine degli anni ’70 da Deng, ha dato la forza alla Cina del terzo millennio per mettere in discussione tutti gli equilibri mondiali finora esistenti. Questo anche per altri motivi: innanzitutto perché i”proletari” di questo paese sono costretti a lavorare (ammesso che trovino un impiego) a ritmi di 15 ore al giorno, sette giorni su sette con un salario che non gli permette di elevarsi al disopra della soglia di povertà (parliamo di lavoratori sindacalizzati, a parte ci sono gli schiavi detenuti nei campi di concentramento, i Laogai); inoltre, sempre dagli anni ’70, i comunisti cinesi strappano il controllo del Triangolo d’oro ai nazionalisti cinesi che erano stati sconfitti da Mao nel ’49. Così facendo il partito, di concerto con mafie, triadi, servizi segreti e banche, si assicura in breve il controllo di quasi tutto il narcotraffico del continente.

Attualmente la Cina è presente in Africa con almeno 700 imprese, tramite le quali si approvvigiona di petrolio e di materie prime (per inciso : uno dei motivi dell’aumento vertiginoso dei carburanti negli ultimi tempi è stata la fortissima richiesta cinese di petrolio sul mercato mondiale); questo risultato è stato raggiunto anche grazie al FOCAC (Forum per la Cooperazione Sino-Africana), tramite il quale la Cina ha potuto gettare una testa di ponte verso il continente più ricco del mondo. Analogo ruolo, ma per l’energia in particolare, l’ha invece svolto, e lo svolge, l’SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shangai). Si noti poi che il rapporto tra gli USA e la Cina, aldilà delle apparenze, è in sostanza di tipo cooperativo: la Cina infatti sostiene buona parte del mastodontico debito americano acquistandone i titoli del tesoro, mentre gli USA contraccambiano permettendo alle merci cinesi di entrare nel proprio mercato con dazi bassissimi.

Per quanto riguarda infine la ripercussione dell’effetto Cina sul nostro mercato del lavoro, possiamo affermare che la delocalizzazione massiccia delle imprese in Oriente, così come la forte presenza di lavoratori extracomunitari nel nostro territorio, impiegabili a costi ridottissimi, hanno contribuito ad erodere tanto le quote di occupazione quanto quelle di salario dei lavoratori italiani.

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Terroristi armati di polpette
28 aprile, 2008, 11:22 am
Filed under: Esteri

Continua il genocidio. Altre vittime vanno ad alimentare l’olocausto palestinese. Ancora morte e distruzione a Gaza. Siamo a Beit Hanun, campo profughi nel nord della striscia, una cannonata partita da un tank israeliano centra in pieno una casa: dentro una famiglia faceva tranquillamente colazione, quattro bambini sono morti sul colpo. La mamma, gravemente ferita si è spenta poco dopo all’ospedale, per lei non c’è stato nulla da fare. Ad aprire il fuoco un tank di Tsahal, impegnato nell’ennesima “operazione di lotta preventiva al terrorismo”, in risposta al continuo lancio di razzi Quassam da parte dei miliziani di Hamas.

Secondo le dichiarazioni dei servizi di emergenza palestinesi i piccoli erano fratellini di età compresa tra i sei anni ed i 15 mesi (magari da adulti sarebbero diventati dei bravi terroristi, di che preoccuparsi!), tra le vittime ci sarebbero, il condizionale è d’obbligo, anche due miliziani. L’eccidio è confermato anche dal solito immancabile portavoce israeliano, pronto a giustificarsi agli occhi del mondo: un soldato di tsahal sarebbe rimasto ferito (da una polpetta lanciata da uno dei bimbi?) ed è stato colpito un numero imprecisato di miliziani.

Continua poi il portavoce sostenendo che gli scontri sono scoppiati nel corso dell’operazione “infrastrutture del terrorismo”. Durante questa brillante operazione i soldati sono stati attaccati e hanno risposto al fuoco. Oltre ai tank è intervenuta anche l’aviazione con due raid d’appoggio. I pericolosissimi bambini armati di polpette richiedevano anche l’appoggio aereo! Sempre secondo il brillantissimo portavoce non risulta che alcuna casa sia stata colpita da cannonate. Se esistono vittime civili, continua, la responsabilità sarebbe solo ed esclusivamente dei terroristi, che scelgono di attaccare da zone densamente abitate da popolazioni civili.

Un commento sulle dichiarazioni del mio portavoce preferito è doveroso. Che questi terroristi esistano e costituiscano una minaccia è tutto da dimostrare. Il lancio dei famigerati razzi Quassam ha causato 14 morti in 7 anni, mentre sono state migliaia le vittime dei raid Israeliani. Per confondere l’opinione pubblica il lancio di Quassam o Kassam, viene spesso accostato al lancio dei Katiusha da parte di Hezbollah, avvenuto durante la recente invasione del Libano dei soldati di Tsahal, lancio avvenuto perciò in risposta ad un atto di guerra e all’invasione del proprio territorio.

I Quassam sono ben più piccoli e inefficaci dei Katiusha, e pallottoliere alla mano, le vittime di questi lanci che Israele usa per giustificare i propri giochini sadici sono migliaia di volte inferiori rispetto alle vittime di Gaza. Con arroganza si sostiene poi che i terroristi attaccherebbero da zone densamente popolate facendosi scudo di donne e bambini. Bella favola.  Gaza è un fazzoletto di terra dove vengono tenute prigioniere in casa propria oltre 1 milione e mezzo di persone. Non esiste un posto al suo interno che non sia densamente popolato. Le persone vivono stipate come sardine. Ma la storia è sempre la stessa. Da una parte combatte un esercito armato di polpette e bucce di banana, dall’altra troviamo un esercito con carri armati, raid aerei d’appoggio e 400 testate nucleari a lunga gittata in cantina. Tanti saluti ai 4 fratellini, tanti saluti a Gaza. All’unica democrazia del medio oriente, tutto è concesso.

Alessandro

Guarda il video: http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=19762



Tauromachia Israeliana
18 aprile, 2008, 12:26 am
Filed under: Esteri

Ancora sangue nella striscia di Gaza. Nessuna novità nell’aria. Ormai i giornali dell’occidente democratico raccontano il tutto con distaccata freddezza. In perfetto stile british, molto distaccato e privo di sentimento. Scene che ci raccontano l’ennesimo bagno di sangue nel più grande campo di concentramento esistente al mondo. Perché di questo si tratta. Parliamo di un fazzoletto di terra grande 360kmq abitato da circa un milione e mezzo di palestinesi imprigionati all’interno della loro stessa terra. Di fatto prigionieri in patria.

Come già detto nulla di nuovo. C’è sempre un muro innalzato che svetta in Palestina. C’è sempre un embargo a limitare ogni ingresso di beni di prima necessità, acqua compresa. Sono costanti i tagli alla fornitura di greggio ed elettricità. È fatto divieto a qualunque cittadino israeliano e occidentale di entrare o uscire nella prigione, divieto che ovviamente riguarda anche i prigionieri. Di fatto è impossibile intraprendere una qualunque attività economica, un qualunque esercizio commerciale. Mancano infatti banche, uffici postali, infrastrutture ed un efficiente disponibilità di moneta che favorisca l’economia locale. Trovare cibo e acqua nei mercati è quasi impossibile, per non parlare della mancanza di spazio vitale. La densità di popolazione è altissima. Gli inquilini di Gaza vivono stipati come tori prima della corrida.

Già, perché proprio di corrida si tratta. Nulla di nuovo, come già detto. È di ieri la notizia dell’ennesimo bagno di sangue. Ancora una volta Tzahal (l’esercito di “difesa” israeliano) ha aperto le porte dell’arena per compiere l’ennesima incursione nel territorio palestinese. Gli eroici toreri si sono mossi per intercettare un commando di Hamas pronto ad incornare con i soliti misteriosi lanci di razzi Kassam. Tale pericolo andava sventato, come riferisce un portavoce del governo israeliano. Ne è nata una scaramuccia nei pressi del valico di Nahal Oz, con il risultato di quattro militanti di Hamas e tre soldati israeliani caduti nei combattimenti.

La rappresaglia non si è fatta attendere a lungo. Nelle ore immediatamente successive alcuni raid aerei a bassa quota hanno portato la morte di un palestinese, diversi i feriti. A El bureij nel centro della striscia un elicottero di Tzahal ha sparato dei missili contro un gruppo di miliziani. Piccolo problema però, mira sbagliata! Colpito il campo profughi, nove i morti. Due dei quali bambini. Colpito anche un fuoristrada della Reuters, l’agenzia di stampa britannica. All’interno vi si trovava il reporter locale che collaborava con la testata inglese.

Soliti danni collaterali, dirà il solito portavoce. Solite blandi commenti ed inviti alla tregua e alla pace arrivano dal mondo occidentale. Chissà se la Reuters chiederà i danni per il fuoristrada. Già quello potrebbe essere un atto antisemita, meglio evitare. Probabilmente erano pure assicurati. Gli inglesi assicurano praticamente tutto. Sono previdenti, loro.

Nella plaza de toros, quando va di scena la corrida, a morire in un bagno di sangue è sempre il toro. Il torero matador è sempre portato in festa ed osannato. Ma questo, ormai, non fa più tanto scalpore. Quello che preoccupa, nella corrida, è il pubblico. Assiste compiaciuto alla mattanza, senza nulla fare. Si preoccupa piuttosto che il torero non subisca danni dalle legittime incornate del toro, che, ben conscio della morte vicina, cerca di difendersi in qualche modo. Niente di nuovo perciò.

Stiano tranquilli gli spettatori paganti. A Gaza muore sempre il toro.

Alessandro



Palestina Nazione
12 aprile, 2008, 4:14 pm
Filed under: Esteri

 

La Palestina. Oggi, nel 2008 cosa è la Palestina? Ben pochi riuscirebbero a rispondere a questa domanda. Eppure, nonostante la gran quantità di quella che ancora porta il nome  di “informazione” (in realtà poco informata o faziosa e dunque mancante di attendibilità) ci ricopra ogni giorno di notizie finte, l’evidenza dei fatti è davanti agli occhi di tutti. La Palestina oggi esiste. Nonostante nessuno voglia riconoscerne l’esistenza, l’identità di un popolo e il legame inscindibile che esso possiede con la propria terra. Quel legame che è ancora fortissimo e resiste.

La Palestina è un popolo. Un milione è mezzo di palestinesi vive nella striscia di Gaza (circa 360 km² di superficie). Un popolo che non viene riconosciuto, un popolo costantemente disumanizzato. Un popolo che viene definito e identificato solo e soltanto con il “terrorismo”. Un popolo la cui storia e la cui dignità è stata occultata e che nessuno più è ormai pronto a riconoscere. Un popolo fiero martoriato in questi anni dalla guerra civile tra Hamas e al-Fatha scoppiata dopo la regolare vittoria alle elezioni da parte di Hamas(ritenuto “terrorista” ma che stranamente la gente sostiene col proprio voto), e dai continui attacchi, dalle continue persecuzioni da parte dello Stato di Israele.

 Il 1 marzo 2008, l’esercito di Israele, dopo aver per mesi attuato missioni di guerra e assassini mirati contro la popolazione palestinese, invade direttamente l’area con forze blindate e aeree. Nella settimana seguente 130 palestinesi, di cui cinque bambini di pochi mesi, sono stati massacrati a Gaza dall’esercito israeliano. Uomini, donne e bambini che non hanno avuto i titoli cubitali in prima pagina, né le aperture agghiacciate dei TG mondiali che hanno avuto invece gli otto morti israeliani alla scuola rabbinica nello stesso periodo.

Nessun reportage, nessun articolo. Un po’ di perplessità, qualche appello stentato alla pace e niente più. Eppure almeno la metà dei 130 palestinesi erano civili. E non è vero che sono stati uccisi perché i terroristi si  fanno scudo con donne e bambini. Sono stai uccisi perché la quasi totalità  dei terroristi non sono “terroristi” ma vengono dal popolo e il popolo è in loro. Sono stati uccisi perché nessuna misura di sicurezza viene presa contro la popolazione inerme dall’esercito israeliano durante i suoi attacchi. Non viene usata nessuna pietà. Si lanciano bombardamenti  a tappeto contro interi quartieri, dove stanno abitazioni civili, asili, cliniche, negozi.

 

Ciò che sta avvenendo in Palestina è una vergogna atroce. Ma ancor più grande vergogna è il silenzio colpevole e consapevole, l’appoggio ideologico incondizionato che viene da tutti i fronti. La questione palestinese è una vergogna unica non solo per gli eccidi, ma per la cortigianeria della stragrande maggioranza delle potenze mondiali “all’unica democrazia del medioriente”.

 Il fatto che Israele sia in continuo pericolo non è provato dal lancio di qualche razzo artigianale (niente in confronto agli armamenti in mano a Tel Aviv, che dispone di oltre 400 testate nucleari). Anche se questi compiono delle vittime, tutto ciò non autorizza le tremende rappresaglie di cui vengono fatti vittime i palestinesi e i loro guerrieri. Non autorizza Israele ad erigere un orrendo muro(“autodifesa”) con il quale segregare uomini innocenti. Non autorizza Israele ad affamare un milione e mezzo di persone, a tenerli per mesi privi di medicinali, acqua e energia elettrica con la conseguenza che gli ospedali e le altre principali strutture non possono funzionare. Tutto questo viene permesso e viene nascosto con scuse infami.

 Vogliamo che gli attacchi contro la popolazione palestinese cessino, ma questo mai potrà succedere se una presa di posizione seria non verrà presa dai governanti europei e soprattutto dai nostri rappresentanti al governo. Bisogna che la verità(che è in cammino e nessuno la potrà fermare!) venga detta, fatta conoscere alla gente affinché prenda coscienza del dolore di quelle migliaia di famiglie, come le nostre, cui viene negato la vera libertà: quella di vivere in pace nella propria patria.

Luca

 



Tibet: panem et circenses
12 aprile, 2008, 3:34 pm
Filed under: Esteri

 

 

Per la prima volta, in più di cinquanta anni di oppressione cinese, il Tibet si trova al centro dell’attenzione della comunità internazionale. A prima vista dovrebbe trattarsi di un fatto positivo, ma non lo è; questo perché le notizie che giungono dal “Tetto del mondo” non fanno presagire nulla di buono.

 

Solo adesso infatti ci si scandalizza degli avvenimenti luttuosi in Tibet, come se per la prima volta il Governo cinese avesse usato la forza per ridurre al silenzio un’intera popolazione, si è portati a pensare che le rivolte e la repressione violenta siano un fatto del tutto nuovo, ma la reale drammaticità degli ultimi avvenimenti sta proprio nel fatto che questi si sono susseguiti ininterrottamente per oltre cinquant’anni.

 

Dov’è la differenza rispetto agli anni scorsi?

È molto semplice, nelle olimpiadi.

Il fatto che la Cina si troverà, nella prossima estate, con gli occhi puntati addosso da parte dell’intero pianeta, ha fatto sì che ora tutti si sentono quasi in dovere di chiedere al Governo di Pechino precise risposte riguardo ai diritti umani violati, alle torture, alle esecuzioni sommarie (la Cina ne detiene il triste primato al mondo), alla totale mancanza di libertà civili e politiche.

 

E’ evidente l’ipocrisia dei governi occidentali (e spesso dei media) che hanno sempre ignorato le grida di dolore delle numerose minoranze etniche che popolano il territorio cinese e di quella tibetana in particolare.

Non descriviamo qui le grandi sofferenze del popolo tibetano (le trovate in altre pagine di questo sito), ma vogliamo sottolineare il fatto che l’Occidente ha barattato i valori ed i principi che dovrebbero costituire l’essenza stessa di una società civile in cambio dell’apertura del mercato economico da parte delle autorità di Pechino. Questo atteggiamento è doppiamente deplorevole, perché non solo non tiene conto delle libertà calpestate, ma ignora anche le condizioni del lavoratore in Cina.

 

Più volte Sua Santità il Dalai Lama ha cercato di attirare l’attenzione degli organismi internazionali sulle misere condizioni cui il suo popolo era costretto ma, a parte sporadiche dichiarazioni di facciata, l’Occidente non è mai intervenuto in suo sostegno; è fin troppo evidente il fatto che le lievi aperture in senso capitalistico hanno fatto e fanno gola alla politica dei mercanti.

Non è possibile autoelevarsi a difensori del mondo civile solo in base al proprio tornaconto economico, stendendo veli di silenzio sulle angherie perpetrate da chi può offrire di più.

Capiamo la posizione di S.S. il Dalai Lama, quando sostiene che la Cina non deve essere isolata ed i giochi olimpici non devono essere boicottati, ma crediamo che un gesto forte sia assolutamente necessario, anche perché se le olimpiadi sono basate sui valori di De Coubertin, ovvero rispetto e lealtà, allora la Cina è senza dubbio uno dei posti meno indicati per il loro svolgimento.

 

Non sappiamo cosa abbia portato il Comitato Olimpico Internazionale ad assegnare questi giochi a Pechino, forse la speranza che, così facendo, la Cina avrebbe riveduto e corretto alcuni suoi atteggiamenti liberticidi, tuttavia è ormai evidente che le sue speranze sono state vane, anzi, presumibilmente questa assegnazione ha causato un ulteriore inasprimento della politica interna cinese.

 

Nell’antica Roma si sosteneva che, per tenere tranquillo il popolo, erano sufficienti il pane ed i giochi (panem et circenses); ma a parte il fatto che il popolo tibetano non ha il pane, di questi giochi in cui i cinque anelli olimpici sembrano simboleggiare più una catena da carcerato che la fratellanza fra i popoli, non sappiamo che farcene.

 

 Dario

 



Anglodeterminazione dei popoli
26 marzo, 2008, 3:35 pm
Filed under: Esteri

kosovoscop.jpg

Questo articolo è dovuto.
Lo devo al popolo Serbo. Quando apprendo infatti dai giornali che il nostro governo, sebbene non rappresenti più la maggioranza del popolo Italiano, ha di fatto riconosciuto l’indipendenza del Kosovo proclamata unilateralmente in questi giorni dal “governo” di Pristina. Tutto ciò è avvenuto in barba alla risoluzione 1244 dell’ONU, che afferma la sovranità della Serbia su tali territori. Ovviamente tale indipendenza è stata subito riconosciuta e spalleggiata dagli Stati Uniti, fervidi sostenitori della dea democrazia in casa d’altri, subito seguiti dall’europa benpensante dei banchieri e dell’alta finanza.

Sento di dovermi schierare almeno moralmente, perché di più non posso fare, con quei popoli cui viene sottratta una parte di territorio nazionale su cui hanno la piena sovranità, un territorio ritenuto per la Storia e la Cultura, per le tradizioni che ha generato, la vera e propria culla della Nazione Serba, non a un caso che vi sono situati i maggiori luoghi di culto della loro Chiesa Ortodossa! Il nostro ministro baffetto che si appella pateticamente al principio di autodeterminazione dei popoli sembra quasi trascurare che nel Kosovo vivano ancora centosessantamila Serbi, vivi e vegeti nonostante la pulizia etnica dei guerriglieri dell’UCK finanziati e appoggiati durante la guerra dei Balcani dagli Stati Uniti e dal nostro stesso governo, con il medesimo ministro. La maggioranza albanese che si starebbe “autodeterminando” oggi è frutto di invasioni, deportazioni e massacri di Serbi avvenuta sotto protezione delle bombe della Nato, che di fatto ha modificato la conformazione etnica di quella regione.

Oggi quegli stessi baffetti pieni di ipocrisia mi vengono a dire che l’indipendenza di una costola di una nazione europea, legittimamente sovrana sul suo territorio, dovrebbe accettare gli eventi e rinunciare alla sua storia ed alla sua tradizione per non pregiudicare la sicurezza dei Balcani?  Questo è davvero troppo, oltre al danno la beffa.
Sento di dovere questo articolo, nonostante a poco possa servire, anche nel vedere le immagini dei festeggiamenti kosovari, sventolanti le bandiere dell’albania e quelle a Stelle e strisce, divenendo di fatto un bel protettorato Angloamericano nel cuore dell’europa accondiscende. Mi chiedo quindi se sia un caso che il Kosovo si trovi in posizione strategica nel contenzioso tra i due oleodotti, quello russo-europeo del South Stream e quello mediorientale voluto dagli Stati uniti e mi chiedo se sia un caso che il Kosovo sia di fatto governato dai signori del narcotraffico (come in Afghanistan, altre coincidenze) ben contenti della protezione eurocratica.

Ma tra tutte la cosa che più mi fa sorridere (di rabbia intendiamoci) è che si parli di autodeterminazione e indipendenza per una regione che non ne ha diritto, mentre ancora oggi si tace e si abbassano gli occhi di fronte a paesi come Palestina ed Irlanda del Nord, sicuramente più legittimati ad ottenere la propria libertà. Come si vorrà poi, negare l’indipendenza di paesi che vedranno nel Kosovo un precedente di diritto internazionale? Paesi baschi, Fiandre solo per fare qualche esempio, e perché no anche la Sardegna potrebbero proclamare l’indipendenza unilaterale? Chissà come reagirebbe baffetto. Preferisco non pensarci.

Non voglio negare con questo il diritto all’autodeterminazione dei popoli, che è un’altra cosa e poco ha a che vedere con il Kosovo. Voglio negare, o meglio voglio urlare la mia protesta contro l’usurpazione di stati Europei, ma non solo, di lorsignori che credono sempre di poter Anglodeterminare con un compasso ed una cartina la storia e la tradizione dei popoli, imporre presunte democrazie a suon di bombe tra il silenzio complice del baffetto di turno.
Evidentemente il vero popolo sovrano del Kosovo, ossia quello Serbo, la pensa più o meno come me, viste le centinaia di migliaia di persone scese in piazza legittimamente per protestare contro l’usurpazione del proprio patrio suolo e per salvaguardarne l’unità nazionale.

Centinaia di migliaia di persone che sventolavano bandiere Serbe, cantavano in lingua serba e danzavano balli tradizionali della cultura serba. E mi sorge spontaneo chiedere ai vari baffetti di turno, ai banchieri che mettono in ginocchio l’Europa, a lorsignori insomma, se è più autodeterminato un popolo che scende in piazza con le proprie Bandiere, simboli di Identità nazionale, per protestare contro lo scippo della propria Terra, o lo è più quello che agita in terra d’altri bandiere a stelle e strisce e albanesi?

Ovviamente lorsignori non mi daranno una risposta né la daranno mai a nessuno, troppo impegnati a denunciare le distruzioni delle ambasciate americane a Belgrado (che si aspettavano? I pasticcini?) passando pure per le vittime di turno. Come non credo che la Serbia rinuncerà facilmente alla propria unità nazionale. Le centinaia di migliaia di persone in piazza urlavano questo slogan:

“Finché esisterà il popolo Serbo, il Kosovo sarà Serbia!”

Alessandro