Cascasse il Mondo | Giornale Online


Affamati ed appiedati, un futuro non troppo lontano
9 maggio, 2008, 10:56 pm
Filed under: Economia

La popolazione mondiale continua a crescere. Con essa, parallelamente, aumentano fabbisogno energetico ed alimentare. Le due cose, nel mondo “globalizzato del terzo millennio” vanno di pari passo. Sono sempre meno le risorse alimentari disponibili in proporzione al numero di “inquilini” del pianeta. Alla scarsità d’offerta, come noto, segue immediatamente, un immancabile impennata dei prezzi.

Il pianeta, imprigionato da logiche mondialiste suicide imposte dall’alta finanza e da organismi internazionali che ne sono il diretto braccio armato (FAO, WTO, Banca Mondiale, Fmi ecc.), sta andando incontro ad una crisi alimentare senza precedenti. Fame dunque. Da sempre presente nei paesi più poveri del terzo (o quarto) mondo sta divenendo sempre più uno spettro che aleggia sul grasso tronfio occidente.

Diverse le cause. Anzitutto il boom demografico (ed economico) di Cina e India, i due paesi più popolosi del globo, in cui vive il 40 per cento della popolazione mondiale. Cinesi ed Indiani, oltre a crescere ogni anno in numero, stanno modificando la loro tradizionale dieta caratterizzata da verdure e cereali a favore di una dieta sempre più ricca di carni. Ciò si traduce in sempre maggiori terreni sottratti all’agricoltura e messi a disposizione degli allevamenti. Il prezzo del riso, di conseguenza, ha superato per la prima volta nella storia i 1.000 dollari la tonnellata, e di riso si nutre buona parte della popolazione mondiale.

Prezzi più alti attirano ovviamente speculazioni finanziarie. Solitamente concentrate in altri settori, le operazioni speculative su granaglie nei mercati mondiali ora si susseguono. Aumenta la fame, crescono i profitti degli avvoltoi. Seconda grande causa: sempre più terreni, in America e in Occidente ma anche nel resto del pianeta , finora utilizzati per coltivare prodotti agricoli, vengono adibiti alla coltivazione di biocarburi, come l’etanolo e altri carburanti “puliti”. Nati per ridurre l’inquinamento atmosferico e per diversificare la produzione energetica, troppo dipendente dalle scarsissime riserve di greggio, i campi di granturco destinati alla produzione bioenergetica sono in costante aumento. Il tutto con scarsi risultati, visto l’aumento spropositato dei carburanti tradizionali.

Felici di rispondere alle esortazioni del presidente Bush junior, che mira ad aumentare sino ad un quarto del fabbisogno energetico U.S.A. la produzione di carburanti non fossili, gli agricoltori yankee stanno letteralmente trasformando i campi in immense “taniche” di biocarburante. Dati alla mano solo un anno fa il 22 percento dei raccolti andava a riempire i serbatoi dei rombanti motori a stelle e strisce, e la produzione di etanolo raddoppia anno dopo anno. Ma questa politica energetica è in corso in quasi tutto il mondo occidentale. L’Europa non sfugge a questa prassi. Fa anche di più. In un continente dove l’eurocrazia paga gli agricoltori per non coltivare, stabilisce quote fisse agli allevatori per frenare la produzione di latte, la produzione di granturco da convertire in etanolo è in costante aumento. Una vastità di terre che in tutto il mondo vengono sottratte alla coltivazione per produrre carburanti. E i risultati cominciano a farsi sentire.

Diminuito il volume della coltivazione di grano, il prezzo del frumento è aumentato del 100 per cento dal 2006 ad oggi, e ciò sta portando ad aumenti da record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne. Il che non fa che alimentare un gigantesco fenomeno speculativo. Multinazionali e sciacalli borsaioli sorridono. I paesi più poveri al mondo un po’ meno, e quelli benestanti non se la passano tanto meglio. Tutto questo risponde alla colpevole e premeditata idiozia mondializzatrice. Perchè produrre generi alimentari (poco fruttiferi e con costi di produzione elevati) quando si possono comprare a basso costo nel gigantesco (super)mercato mondializzato?

Il giochino, a conti fatti, non funziona più. L’idiozia suicida crolla di fronte all’aumento demografico sino-indiano, alle scarsità di raccolti (a causa di crisi climatiche) dei maggiori paesi coltivatori di granaglie. Paesi  produttori (ed esportatori) come l’Egitto hanno chiuso le dogane e fermato l’esportazione di frumenti, riducendo così l’offerta globale. Avvertito il problema pensano al fabbisogno alimentare degli egiziani, loro.

Uno stato che produce (prima di ogni altra cosa PRODUCE), che soddisfa il proprio fabbisogno alimentare, che pensa a sfamare il proprio popolo. Così come un padre farebbe per i propri figli.

Così agisce uno Stato assennato.

Alessandro

 

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Una voce fuori dal coro
21 aprile, 2008, 8:11 pm
Filed under: Economia

Comincia la partita del prossimo ministro dell’economia Giulio Tremonti.

Calcio d’inizio e subito si parte all’attacco. Intervenuto a Parigi in qualità di presidente dell’Aspen Institute Italia, non le manda a certo a dire e incalza Mario Draghi, governatore di Bankitalia s.p.a, intervenuto al G7, dove ha recentemente lanciato il suo piano (Financial Stability Forum) per il superamento della crisi che sta sconvolgendo i mercati finanziari dell’occidente benpensante. Piano che, tristemente,  ha raccolto il consenso del mondo dell’alta finanza internazionale.  “A occhio, sostiene il futuro inquilino di via XX settembre, è come un’aspirina data per una malattia più grave” si tratta infatti di “strumenti vecchi e fumosi” nonché “reticenti” in quanto Draghi “omette di parlare di nazionalizzazioni e aiuti di stato“.

Tremonti non nasconde tutte le sue perplessità sul pseudo programma di Draghi davanti agli economisti europei ed americani presenti alla riunione dell’ Aspen e rincara la dose:  “Verso un nuovo mondo non si può andare con idee e strumenti vecchi“. “C’è la consapevolezza di una crisi profonda non solo economica, ma anche sociale, con l’impoverimento del ceto medio, e fatta di tensioni geopolitiche“.

Proprio per questo le soluzioni contenute nel Financial Stability Forum appaiono drammaticamente insufficienti. “E’ un po’ come chiudere la porta dopo che sono scappati i buoi“. E continua “Non è poi un testo che si va a rileggere. Nelle sue conclusioni non troviamo mai la parola nazionalizzazione. Si omette così il passaggio più significativo. Dove si fa l’elenco degli strumenti da utilizzare si parla si iniezione di liquidità e altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave ‘aiuti di stato’. Non si parla mai di ‘salvataggi’. E se un rapporto del genere non parla di cose reali, quali le nazionalizzazioni, che sono state fatte e si faranno ancora, ci troviamo di fronte a quel tipo di cultura, di tecnica, che non basta più per gestire cose che ad oggi sono cambiate.

Chiara e netta quindi la posizione del ministro in pectore. Urge un netto cambio di rotta, un bel giro di timone, cambiare l’approccio con il sistema economico dei mercati e partire alla ricerca di nuove vie. Niente mezzi termini perciò: Nazionalizzazioni, interventi drastici e reali per dare un netto giro di vite e contribuire al rilancio delle economie. Ritorna quindi sulla crisi: ” Viviamo in tempi non ordinari, ma in tempi straordinari. Non è più un problema di crescere dello 0,3 o dello 0,2%. Questo tipo di modellini basati sulle previsioni di crescita dello zero virgola-qualcosa non funziona più. Così come tutto il set di strumenti finora applicati (da gente come Draghi o altri eurocrati  ndr) sulla crisi dei mercati“. “E’ come la penicillina nel 1945: oggi, dopo oltre mezzo secolo non è più un antibiotico efficace“. A chiudere l’intervento  poi un paragone con la crisi del ’29: ” Oggi tutto avviene fuori da ogni controllo. Nel ventinove i controlli non c’erano. Oggi ci sono, ma sono domestici, nazionali dunque insufficienti e inadeguati per fronteggiare i problemi sollevati dalla diffusione dei nuovi ‘strumenti finanziari’, come gli ‘equity found’ per i quali l’unica regola è non avere regole”.

Uno a zero e palla al centro. Prime parole da futuro ministro dunque per Giulio Tremonti, primi attacchi all’eurocrazia benpensante di Draghi&Co. Nell’attesa che alle parole seguano i fatti, cominciamo ad apprezzare i primi segnali di un cambio di rotta al timone dell’economia. Non sarà una rivoluzione, ma è già un primo passo avanti. Di questi tempi, preferisco accontentarmi.

Chi ben comincia è a metà dell’opera.

 Alessandro

Fonte:Ansa