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Cina: tra triade e olimpiadi
11 maggio, 2008, 6:46 pm
Filed under: Esteri

Pubblichiamo un estratto di “Orientamenti & Ricerca”, notiziario periodico del Centro Studi Polaris. Scegliamo di riportare la parte prettamente dedicata alla Cina. Ciò per capire ed interpretare le sue strategie politico-economiche, analizzare la sua situazione sociale interna, approfondire le sue relazioni (non solo commerciali o diplomatiche, come si vedrà) con i paesi occidentali. Un analisi finalizzata al collocamento del gigante asiatico nel grande scacchiere della politica mondiale. Una lettura che può fornire anche indicazioni su come mai in Cina si svolgeranno le prossime olimpiadi, e sul perchè ancora oggi, nonostante tutto, il tibet resti ancora prigioniero del capitalcomunismo orientale.

LA YALTA DELLA DROGA. A partire dal 1972 quando Mao e il presidente americano Nixon s’incontrano a Pechino e assistono a una famosa partita di ping-pong le relazioni tra Cina e Stati Uniti cambiano ufficialmente. Ma già da qualche mese, nel 1971, la Cina era stata ammessa all’Onu con l’espulsione dei rappresentanti di Taiwan (Formosa). Cosa cambia? Innanzitutto gli Usa abbandonano la presa in Vietnam tanto che la guerra sarà vinta dai comunisti e conclusa nel 1975. Poi la Cina agirà sul piano internazionale, e particolarmente in Africa, perseguendo i suoi interessi in pieno accordo con le Multinazionali americane e in contrasto con la Russia. Infine verrà stipulata l’alleanza sporca (mafie, triadi, partito, servizi segreti, banche) per la gestione del traffico internazionale d’oppio e d’eroina. Impossibile avere un’idea della portata del narcotraffico; le sue cifre sono, per definizione, clandestine; tuttavia nell’economia mondiale esso rappresenta la seconda o la terza voce (è in ballottaggio con il traffico d’armi) inferiore solo al petrolio.

Per conseguenza dell’accordo al vertice le triadi cinesi si vedono aperte le strade per l’occidente e la stessa mafia americana, con l’ingresso vigoroso degli asiatici,viene completamente rivoluzionata nella sua composizione etnoculturale, nelle sue strutture e nei rapporti di forza. Con la svolta degli anni Settanta inoltre la Cina lega il suo futuro e la sua espansione alla geopolitica delle multinazionali, a una cooperazione sostanziale con gli Usa e ad un ruolo importante nel traffico di droga. Una serie di alleanze mafiose tra le triadi (che si confondono con i vertici stessi del partito comunista cinese) e le varie mafie ha luogo. I cinesi vanno a prendere possesso del Triangolo d’oro scalzandovi i padrini nazionalisti ed intraprendono la linea politica di una potenza comunista che vive nel capitalismo e del capitalismo. Nel 1976 muore Mao e prende il potere Deng Xiaoping che intraprende la svolta del “comunismo di mercato“. Nel trentennio che fa seguito all’ascesa di Deng e al varo del comunismo di mercato si assiste ad un fenomeno molto particolare. La società cinese, retta da un solo partito, appunto quello comunista, che coincide con le gerarchie mafiose delle triadi spinge ad uno sviluppo industriale a ritmi serrati che però produce una forte divaricazione di classe.

IL PARADISO CINESE. La Cina, che conta approssimativamente un miliardo e trecento milioni di abitanti, produce un milione e mezzo circa di plurimiliardari, avvia lo sviluppo di una non nutrita classe media ma, soprattutto, produce un proletariato povero e disperato che si vede costretto a vagare in cerca di lavoro abbandonando le campagne. Negli ultimi quindici anni i miserabili che migrano e vivono in assoluta precarietà e senza diritti sono diventati oltre duecento milioni.

Questi alcuni dati del “paradiso cinese” (fonte: Lotta Comunista): il salario minimo concesso a questi disperati, introdotto nel 2004 equivale al 20% del reddito medio nelle città. Malattie come la silicosi affliggono più di 4 milioni di lavoratori. 15 mila l’anno sono vittime di incidenti mortali, 13 al giorno sono vittime di amputazioni per incidenti sul lavoro che li condannano alla miseria fino alla morte. Le giornate lavorative sono di 15 ore 7 giorni su 7. La Cina si sta man mano strutturando per zone di diversa ricchezza (o meglio di diversa povertà) e nelle zone interne, ove iniziano a impiantarsi i capitali per sfruttare una mano d’opera ancor più sottopagata, l’impennata delle derrate alimentari ha reso miserabili folle intere che si gettano nell’immigrazione interna. E questo riguarda i lavoratori ufficiali, sindacalizzati, non in nero, ai quali si devono aggiungere i clandestini e gli schiavi (quelli che lavorano gratis nei campi di concentramento, i laogai). Lo scontro sociale si acuisce ed ha superato la soglia dei mille conflitti al giorno. Intanto i capitali cinesi investono in zone limitrofe con mano d’opera ancor meno cara, come il Vietnam.

Come socialismo reale non c’è male, decisamente. Poi ci sono i Laogai. Sono campi di concentramento dove il detenuto lavora per ore in condizioni subumane e mangia qualche pugno di riso in proporzione a quanto ha prodotto. I detenuti (dai cinque ai sei milioni) muoiono spesso di stenti. Le condanne a morte, che sono comminabili per ben sessantaquattro capi d’imputazione anche minori in seguito a processi farsa, vengono eseguite per ottomila l’anno. Così richiede l’industria degli espianti d’organi e dei loro mercati (in Cina e in Usa). Questa industria della morte è fiorentissima nel paradiso capital/comunista.

LA GUERRA SILENZIOSA DELLA CINA. Negli ultimi anni la questione cinese è stata sostanzialmente trattata dai media e dalla letteratura specialistica secondo due schemi interpretativi : alcuni hanno visto il confronto (commerciale, finanziario, geopolitico) tra noi e la Cina come un evento dal quale sarebbe potuto scaturire, in fin dei conti, un vantaggio per l’Europa, altri (soprattutto ultimamente) hanno invece ravvisato la piena entrata della Cina nel sistema mondiale odierno come una pericolosa, e per certi versi poco prevedibile, variabile. Ad oggi la Cina rappresenta già un gigante economico in piena ascesa : nel 2001 ha aderito al WTO (una organizzazione privata che regola il commercio mondiale) raddoppiando in pochi anni il proprio PIL e sorpassando di gran lunga Italia, Francia e Regno Unito. In questo momento poi, dopo gli USA, è la destinazione che attrae la maggior quantità di capitali esteri.

La svolta del comunismo di mercato, intrapresa già dalla fine degli anni ’70 da Deng, ha dato la forza alla Cina del terzo millennio per mettere in discussione tutti gli equilibri mondiali finora esistenti. Questo anche per altri motivi: innanzitutto perché i”proletari” di questo paese sono costretti a lavorare (ammesso che trovino un impiego) a ritmi di 15 ore al giorno, sette giorni su sette con un salario che non gli permette di elevarsi al disopra della soglia di povertà (parliamo di lavoratori sindacalizzati, a parte ci sono gli schiavi detenuti nei campi di concentramento, i Laogai); inoltre, sempre dagli anni ’70, i comunisti cinesi strappano il controllo del Triangolo d’oro ai nazionalisti cinesi che erano stati sconfitti da Mao nel ’49. Così facendo il partito, di concerto con mafie, triadi, servizi segreti e banche, si assicura in breve il controllo di quasi tutto il narcotraffico del continente.

Attualmente la Cina è presente in Africa con almeno 700 imprese, tramite le quali si approvvigiona di petrolio e di materie prime (per inciso : uno dei motivi dell’aumento vertiginoso dei carburanti negli ultimi tempi è stata la fortissima richiesta cinese di petrolio sul mercato mondiale); questo risultato è stato raggiunto anche grazie al FOCAC (Forum per la Cooperazione Sino-Africana), tramite il quale la Cina ha potuto gettare una testa di ponte verso il continente più ricco del mondo. Analogo ruolo, ma per l’energia in particolare, l’ha invece svolto, e lo svolge, l’SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shangai). Si noti poi che il rapporto tra gli USA e la Cina, aldilà delle apparenze, è in sostanza di tipo cooperativo: la Cina infatti sostiene buona parte del mastodontico debito americano acquistandone i titoli del tesoro, mentre gli USA contraccambiano permettendo alle merci cinesi di entrare nel proprio mercato con dazi bassissimi.

Per quanto riguarda infine la ripercussione dell’effetto Cina sul nostro mercato del lavoro, possiamo affermare che la delocalizzazione massiccia delle imprese in Oriente, così come la forte presenza di lavoratori extracomunitari nel nostro territorio, impiegabili a costi ridottissimi, hanno contribuito ad erodere tanto le quote di occupazione quanto quelle di salario dei lavoratori italiani.

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