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Il ritorno di Peppone… e don Camillo
4 maggio, 2008, 12:30 am
Filed under: Tempi moderni

 

Dopo il sindaco di Alghero, che durante la cerimonia del 25 Aprile aveva proibito alla banda di intonare le note di “bella ciao“, anche altre figure seguono l’esempio del primo cittadino isolano. Succede a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), durante i funerali di Egidio Cozzi, un ex partigiano. Stavolta è il parroco locale a impedire che risuonino le note di “bella ciao“, sia all’interno che all’esterno della chiesa. A richiedere la canzone venisse suonata è stato lo stesso defunto, che più volte in vita, aveva manifestato la volontà che alla sua cerimonia funebre una banda intonasse la tanto amata canzone. Ma a tale richiesta si è opposto il parroco che ha impedito alla piccola orchestra partigiana di esibirsi all’interno della parrocchia.

La risposta del don Camillo friulano non tarda ad arrivare: “Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica all’interno dei luoghi di culto” si è giustificato, precisando però di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. “E’ stata una cosa poco sensibile e irrispettosa del defunto e dei suoi familiari” riferisce il segretario dell’Anpi di Pordenone “I familiari  avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa, quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato,  è sembrato a tutti un affronto, e abbiamo rinunciato alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile“.

Dopo Alghero, perciò, un altro rifiuto per “bella ciao“. La moda partigiana, perché di moda si tratta, comincia ad affievolirsi, come testimonia la scarsa affluenza popolare ai vari concerti sinistroidi del 25 Aprile. Gli Italiani sono accorsi in massa ad assistere al fenomeno Grillo, poco interessati alle vicende partigiane. Le recenti parole di Berlusconi, che invitavano a “rispettare i ragazzi di Salò, e i motivi per i quali essi lottavano“, gli operai del nord che votano la lega, i quartieri proletari di Roma che votano il “neofascista” Alemanno, sono un segnale forte, di un’Italia che sta cambiando.

Le parole di Giorgia Meloni, ex vicepresidente della camera, sono anch’esse un segnale di sdoganamento e di superamento delle vecchie logiche dei blocchi contrapposti: “Anche i giovani militanti del Fronte della gioventù che morirono assassinati sono martiri dell’Italia, non solo della Destra“. E aggiunge: “Eravamo ragazzi con un’idea della ribellione finalizzata a costruire un mondo diverso, ragazzi che consideravano e considerano ancora il potere come uno strumento e non un obiettivo. Il Fronte della gioventù è la mia storia».

«Per noi la violenza non è mai stata uno strumento dell’agire. Al contrario c’è tanta nostra gente che si è dovuta difendere, poichè veniamo dalla storia di una comunità politica che, per un certo periodo del suo percorso, è stata considerata un bersaglio da tutti. La storia di quei ragazzi che morivano a 16 anni in mezzo alla strada ed era normale perchè ammazzare un fascista non era reato. Erano ragazzi nati nel 1965, venti anni dopo il fascismo, che non c’entravano nulla con il fascismo e per i quali la società non ha versato una lacrima. Io dico che storie analoghe ci sono state anche dall’altra parte della barricata e che solo oggi si sta rendendo giustizia a tutti quei ragazzi». C’è chi, perciò, percepisce il vento di cambiamento e non rinnega il proprio passato, “se rinnegassi il Fronte della gioventù rinnegherei me stessa. Tutto ciò che mi porto dentro di pulito, di autentico, di ideale me lo ha insegnato il Fronte della gioventù“, ma mira a portarne avanti valori ed idee, davvero patrimonio di tutti gli Italiani, e concretizzarle in prospettiva futura.

Ma c’è anche chi, improvvisatosi Peppone di turno, completamente fuori tempo massimo e rinnegando la propria storia, anche familiare, esalta il 25 Aprile e ne enfatizza i “valori” che sino ad oggi ci siamo portati dietro. Valori che, al di là di ogni personale giudizio sulla data del 25 aprile, di fatto alimentano rancore, odio, invidia e divisione. Tutti “valori” che, in uno stato organico, che vede nell’intera comunità nazionale la propria forza interiore, servono solo a portare indietro il paese verso un passato recente, colmo di errori da cui dobbiamo imparare, che non deve più tornare.

Riuscirà il novello Peppone a capire questo?

Alessandro

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