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La politica al servizio del cittadino, nel quotidiano, nelle piccole cose che ci circondano. Il primo gradino della militanza politica è la battaglia più piccola, che può sembrare la più insignificante, ma che in realtà, è fondamentale e ogni giorno più preoccupante. Presenza nelle strade, nei quartieri, tra la gente. In questo caso anche nei parcheggi.
Cagliari è una città con un volume di traffico enormemente elevato, la circolazione dei veicoli per le sue strade arriva a livelli talvolta drammatici. Traffico, caos e relativo nervosismo. Il cittadino medio al volante si trasforma, è come andare in guerra, una volta acceso il motore e messa la cintura si deve andare in battaglia! Si sa già che quando si raggiungerà la meta, arriverà il problema quotidiano, il dramma che tutti vorrebbero evitare: la ricerca del parcheggio.
L’estenuante ricerca di un parcheggio libero nella nostra città si conclude con il consueto incontro con il “parcheggiatore abusivo“. In pochi anni i parcheggiatori sono passati da poche unità ad un numero esageratamente sproporzionato rispetto alle aree di sosta disponibili. In certe zone l’auto viene accerchiata da diversi elementi, mentre decine di altri “parcheggiatori abusivi” presidiano l’intero isolato. Il risultato? Sfuggire alla richiesta del solito fazzolettino, accendino, copri-cruscotto e via dicendo è praticamente impossibile. Spesso si è di fretta, basti pensare a parcheggi vicini ad uffici pubblici, poste, ospedali. Le persone non hanno il tempo di contrattare per un fazzoletto e pur di liberarsi del fastidio comprano la prima cosa che gli capita. Non fumatori con macchine ricolme di accendini, scorta annuale di fazzoletti, tre o quattro “parasole” in macchina. Niente di strano se, un giorno, si vedrà qualche automobilista rivendere gli accendini, preso dalla disperazione.
Il solito moralizzatore benpensante e tollerante dirà che sono disperati e che un euro non costa nulla, anzi è beneficenza. Pagare un euro (se va bene) ogni volta che si parcheggia, di solito anche due o tre volte al giorno (tutti i giorni) non è beneficenza: è costrizione! Si è costretti perché si teme per la propria macchina e, ancora peggio, si teme per la propria persona. Non sono rari, infatti, i casi di molestie. Donne e anziani sono i soggetti più colpiti. Ma anche persone che solitamente sono sole, poco potrebbero fare contro dozzine di individui poco rassicuranti che presidiano illegalmente, le aree di parcheggio cittadine.
Senza contare poi, che il cittadino medio deve anche pagare il parcheggio, perché si trova nelle strisce blu. Ci troviamo perciò di fronte ad un doppio pedaggio. Si paga il comune da un lato e dall’altro “l’associazione parcheggiatori abusivi“. Questa situazione, sino ad oggi tollerata, non può e non deve andare avanti. Un cittadino non deve essere costretto a “pagare il pizzo” per la sicurezza della propria auto, con la beffa aggiuntiva poi di dover pagare la quota anche al comune.
Gli stessi individui che invadono i parcheggi li si può facilmente ritrovare nelle strade del centro, dove, di fronte alle vetrine dei negozi (che pagano affitto, tasse, luce e spese varie) vendono illegalmente merce contraffatta (borsette, capi d’abbigliamento, cd-dvd piratati) sotto il naso della polizia. Passi uno, passi due ma quando l’intero centro (si pensi a piazza Yenne e a largo Carlo Felice) è letteralmente invaso da soggetti che vivono ed operano al di sopra della legge, si capisce bene che la situazione non può più essere tollerata.
Per questo Azione Giovani ha iniziato una battaglia per restituire ai cittadini di Cagliari la libertà e la sicurezza di poter parcheggiare senza il pensiero per la propria incolumità fisica e quella del proprio autoveicolo. Per questo scendiamo in campo per chiedere il rispetto delle leggi da parte di chi non le rispetta, in nome della solita impunità e della solita tolleranza che alimenta le file dei soliti moralizzatori benpensanti, che poi, quando toccati sul personale, sono i primi a gridare allo scandalo e a chiedere giustizia.
Per questo Azione Giovani ha studiato e lanciato una petizione popolare che permetta alla cittadinanza di sottoporre il problema alle istituzioni, indirizzandola al Sindaco di Cagliari e al Questore affinché mettano fine a questo problema, ripristinando la legalità nelle aree di sosta e delle zone commerciali-turistiche del centro. La raccolta firme è già partita e ci vedrà in questi giorni presenti per le strade del centro a contatto con il cittadino, per renderlo partecipe attivamente dell’azione politica.
È possibile inoltre firmare la petizione anche in rete al sito: http://www.firmiamo.it/controiparcheggiatoriabusiviacagliari.
Basta perbenismo! Basta tolleranza. Politica al servizio del cittadino.
Azione Giovani
“Comunità Militante Caravella“
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Qualche giorno fa, l’Agenzia delle Entrate ha deciso di pubblicare online le dichiarazioni dei redditi degli italiani. Non appena si è diffusa la notizia e fino all’intervento del Garante della Privacy che ha disposto l’oscurazione delle pagine web, il sito dell’Agenzia è stato preso d’assalto dai cibernauti. Nel mentre già infuriava la polemica sulla legittimità o meno di rendere accessibili al pubblico quei dati. Comunque la si pensi, la pubblicazione di dati personali senza il consenso dell’interessato costituisce violazione della normativa sulla privacy ed espone chi vi si sottrae al risarcimento del danno arrecato. In questo caso il danno è anche più grave perché, nonostante l’intervento del Garante, le dichiarazioni dei redditi continuano tuttora a circolare in rete attraverso sistemi “peer to peer” (eMule).
Tra le prese di posizione a favore della pubblicazione online dei redditi, merita di essere riportata quella resa da Marco Travaglio durante l’ultima puntata di Annozero. “Così - affermava il giornalista – il dipendente pubblico che dichiara 15,000 euro l’anno potrà fare una faccia torva al gioielliere vicino di casa che ne dichiara soltanto 3,000“.
Non si capisce ancora per quale motivo e in ossequio a quale principio l’Agenzia delle Entrate abbia disposto la pubblicazione ma certamente non era nelle sue intenzioni – e se lo era si tratta di un fatto gravissimo – mettere in moto il meccanismo che si augura Travaglio. Perché assecondare istinti così bassi è quasi peggio di evadere le tasse. È contro ogni logica e ogni morale legittimare e favorire atteggiamenti di questo tipo o investire il cittadino di una funzione moralizzatrice a cui non è tenuto e di cui semmai è titolare unicamente lo Stato. Che più che permettere al cittadino di controllare quanto guadagna il vicino di casa, dovrebbe provvedere a che l’evasore non evada più, ristabilendo soprattutto un rapporto di fiducia con il contribuente, riducendo sì la pressione fiscale ma anche corrispondendo servizi adeguati in rapporto alle tasse versate.
I moralizzatori se ne devono rimanere a casa, specie se a muoverli verso così ignobili intenti è questa antipatica lotta di classe di ritorno, mista alla morbosa perversione, tutta italiana, di andare a spulciare le dichiarazioni dei redditi dei vicini. Peggio del moralizzatore c’è infatti solo il moralizzatore guardone. E se poi il dipendente di Travaglio oltre al gioielliere scopre che anche l’edicolante, il commerciante e l’avvocato dichiarano meno di quanto guadagnano? Facce torve anche a loro e poi a casa, appagati o magari devastati dal desiderio inconfessato di emularli.
Per cui se mai vi dovesse venire voglia di fare facce torve agli evasori, prima di piazzarvi di fronte a casa del vicino, andate da Travaglio e sputategli in un occhio!
Giulio
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Dopo il sindaco di Alghero, che durante la cerimonia del 25 Aprile aveva proibito alla banda di intonare le note di “bella ciao“, anche altre figure seguono l’esempio del primo cittadino isolano. Succede a Castelnuovo del Friuli (Pordenone), durante i funerali di Egidio Cozzi, un ex partigiano. Stavolta è il parroco locale a impedire che risuonino le note di “bella ciao“, sia all’interno che all’esterno della chiesa. A richiedere la canzone venisse suonata è stato lo stesso defunto, che più volte in vita, aveva manifestato la volontà che alla sua cerimonia funebre una banda intonasse la tanto amata canzone. Ma a tale richiesta si è opposto il parroco che ha impedito alla piccola orchestra partigiana di esibirsi all’interno della parrocchia.
La risposta del don Camillo friulano non tarda ad arrivare: “Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l’uso della musica all’interno dei luoghi di culto” si è giustificato, precisando però di non essersi opposto all’esibizione della banda all’esterno della chiesa. “E’ stata una cosa poco sensibile e irrispettosa del defunto e dei suoi familiari” riferisce il segretario dell’Anpi di Pordenone “I familiari avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa, quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l’esibizione sul sagrato, è sembrato a tutti un affronto, e abbiamo rinunciato alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile“.
Dopo Alghero, perciò, un altro rifiuto per “bella ciao“. La moda partigiana, perché di moda si tratta, comincia ad affievolirsi, come testimonia la scarsa affluenza popolare ai vari concerti sinistroidi del 25 Aprile. Gli Italiani sono accorsi in massa ad assistere al fenomeno Grillo, poco interessati alle vicende partigiane. Le recenti parole di Berlusconi, che invitavano a “rispettare i ragazzi di Salò, e i motivi per i quali essi lottavano“, gli operai del nord che votano la lega, i quartieri proletari di Roma che votano il “neofascista” Alemanno, sono un segnale forte, di un’Italia che sta cambiando.
Le parole di Giorgia Meloni, ex vicepresidente della camera, sono anch’esse un segnale di sdoganamento e di superamento delle vecchie logiche dei blocchi contrapposti: “Anche i giovani militanti del Fronte della gioventù che morirono assassinati sono martiri dell’Italia, non solo della Destra“. E aggiunge: “Eravamo ragazzi con un’idea della ribellione finalizzata a costruire un mondo diverso, ragazzi che consideravano e considerano ancora il potere come uno strumento e non un obiettivo. Il Fronte della gioventù è la mia storia».
«Per noi la violenza non è mai stata uno strumento dell’agire. Al contrario c’è tanta nostra gente che si è dovuta difendere, poichè veniamo dalla storia di una comunità politica che, per un certo periodo del suo percorso, è stata considerata un bersaglio da tutti. La storia di quei ragazzi che morivano a 16 anni in mezzo alla strada ed era normale perchè ammazzare un fascista non era reato. Erano ragazzi nati nel 1965, venti anni dopo il fascismo, che non c’entravano nulla con il fascismo e per i quali la società non ha versato una lacrima. Io dico che storie analoghe ci sono state anche dall’altra parte della barricata e che solo oggi si sta rendendo giustizia a tutti quei ragazzi». C’è chi, perciò, percepisce il vento di cambiamento e non rinnega il proprio passato, “se rinnegassi il Fronte della gioventù rinnegherei me stessa. Tutto ciò che mi porto dentro di pulito, di autentico, di ideale me lo ha insegnato il Fronte della gioventù“, ma mira a portarne avanti valori ed idee, davvero patrimonio di tutti gli Italiani, e concretizzarle in prospettiva futura.
Ma c’è anche chi, improvvisatosi Peppone di turno, completamente fuori tempo massimo e rinnegando la propria storia, anche familiare, esalta il 25 Aprile e ne enfatizza i “valori” che sino ad oggi ci siamo portati dietro. Valori che, al di là di ogni personale giudizio sulla data del 25 aprile, di fatto alimentano rancore, odio, invidia e divisione. Tutti “valori” che, in uno stato organico, che vede nell’intera comunità nazionale la propria forza interiore, servono solo a portare indietro il paese verso un passato recente, colmo di errori da cui dobbiamo imparare, che non deve più tornare.
Riuscirà il novello Peppone a capire questo?
Alessandro
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E’ un mondo sempre più figlio della globalizzazione e del precariato, dove casa, lavoro e futuro diventano desideri difficilmente realizzabili. E’ un mondo dove banche usuraie ed alta finanza la fanno da padroni, ipotecando tutto e tutti, comprando la dignità degli uomini e delle generazioni future. Questa è la società che ha tolto dal vocabolario le parole responsabilità, sacrificio, volontà, speranza, coraggio, famiglia. Le ha tolte per sostituirle con un’altra: aborto.
Molte giovani coppie scelgono la via dell’aborto perché non possono o non vogliono mantenere un figlio. Il bambino è un costo. È un bene di lusso. Consuma più di una macchina, tiene svegli la notte, e bisogna pure cambiargli il pannolino. Leggo su la Repubblica di una neomamma che sceglie di abortire perché tra lei ed il suo partner guadagnano 1300 euro mensili. Entrambi precari, entrambi sfruttati. Impossibile perciò mantenere un figlio. La coppia ha fatto due più due, ha usato “la ragione” ed è arrivata alla triste e sofferta decisione. Chi pagherà sarà il bambino.
La neomamma sofferente e disperata decide però di scrivere al nostro beneamato Presidente della Repubblica. Scrive “dell’emozione bruciante, felicità incontenibile” alla scoperta della gravidanza, ben presto però “la ragione ha preso il posto del cuore“. Il suo appello a Napolitano prosegue: “Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre“.
Nel rispondere poi alle domande della giornalista colpiscono alcune risposte: “..non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l’anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità? Ce l’ho messa tutta per costruirmi un futuro.. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome“.
Cosa risponderà la più alta carica istituzionale a questa donna? Il nostro presidente partigiano riuscirà ridare la dignità ad una mamma che sta per scegliere la via più facile? Ci si aspetta da lui che spieghi che un bambino non ha colpa se lo stato ha lasciato le redini del paese a banche e multinazionali, privando le nuove generazioni delle dignità più elementari: casa, lavoro, stabilità, sicurezza. Saprà Napolitano convincere la neomamma che la vita è fatta di scelte, di responsabilità, di sacrifici e di coraggio? Probabilmente no.
Dubito che alla ragazza basteranno le parole di un partigiano. Le servirebbe più uno stato forte, che tuteli i più elementari diritti degli italiani. Uno Stato che non porti l’uomo a scegliere sempre la via più facile, spesso obbligata. Uno Stato che ridia la voglia di essere protagonisti del proprio futuro, che consenta alle persone di vivere, non si sopravvivere. Resta l’improbabile speranza che la ragazza scelga la via più impegnativa, ossia di non far pagare al bambino le colpe della società. La speranza che la ragazza scelga la via del coraggio e permetta al bambino di combattere, dandolo magari in adozione.
Strada coraggiosa, ma percorribile.
Alessandro
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Chi avrebbe mai detto che, quell’agricoltura che in tanti davano per morente, arrivasse a far discutere i maggiori esponenti dell’alta finanza e della Borsa mondiale. Investimenti, immancabili speculazioni, corse ad acquistare terreni abbandonati da agricoltori che non riescono a sostenere l’aumento del prezzo del gasolio, delle sementi o del trasporto dei prodotti. A combattere questa crisi tante parole che non hanno smosso l’impietosa e stagnante situazione: i cibi costano di più, molto di più.
Nel resto del mondo si continua a morire di fame mentre nell’occidente, ricco ( !??!) e benestante ( !!!!???) si è costretti dalla matrigna Europa a produrre derrate limitate per non sfavorire questa o quella nazione ( i produttori di latte sardi e francesi scaricarono litri e litri di latte per strada per protestare contro le sanzioni europee per lo sforamento delle quote) e contestualmente negli scaffali degli ipermercati le derrate alimentari marciscono in attesa che qualcuno le consumi. L’italiano fa economia sul cibo, visto che anche per far la spesa bisogna accedere ad un mutuo (e bisognerà creare dei forni sociali); addirittura si pensa di produrre carburante dai cereali o da altri alimenti o materie prime che l’uomo ha utilizzato da sempre per il proprio nutrimento.
Perché l’Europa continua a far male a se stessa? L’uomo qualunque si chiede per quale motivo non ci possa essere un’equa distribuzione dei cibi e come mai, vista l’alta concorrenza nel settore, i prezzi tendono costantemente a salire. Perchè l’Europa preferisce buttare la sovraproduzione piuttosto che destinarle alle zone più bisognose di cibo? Perché si dice di voler combattere l’immigrazione ma non si fa niente per trattenere i migranti nei propri Paesi d’origine? Perché il contadino nostrano guadagna 50 centesimi per il proprio prodotto, per poi vedere che, quello stesso prodotto, costa sei volte di più nell’ipermercato?
Tante domande e nessuna risposta certa. Solamente bisogna avere la voglia d’intervenire e smuovere le menti dei cittadini, perché le nostre campagne non possono e non devono divenire delle raffinerie per far muovere le automobili o gli aerei. Il cibo si mangia e se ve n’è troppo, diamolo a chi non lo ha. L’alta finanza è entrata in maniera massiccia nell’agricoltura (c’è sempre stata e forse si è capito dove sta la speculazione e perché l’Europa si muove così) e sfogliando le pagine di storia, questo non fa presagire nulla di buono. Il cibo non può essere considerato come un gioiello appannaggio di chi è ricco; il cibo è materia essenziale e vitale.
Non ci possono togliere il pane dalla bocca.
Sasso
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Quando si crede di aver toccato il fondo, di aver visto tutto quel che c’è da vedere, arriva sempre qualcosa di nuovo capace di stupirti. Basta aprire i giornali o accendere la dea tv. Tanti fatti di cronaca più o meno agghiaccianti, soprattutto cronaca nera: omicidi, rapine, stupri, teste di cavallo regalate come gentile omaggio ai sindaci. Tutte cose all’ordine del giorno: ci sarà l’ennesima villetta derubata dallo zingaro (etnia rom!), l’ennesimo anziano massacrato dal figlio o da qualche altro parente. Potremmo trovare l’ennesima vittima della “guida in stato di ebbrezza”, di sicuro ci sarà il solito caso di bullismo! Oggi tira che una meraviglia. Giusto per sorridere un po’ cito l’ultimo che ho sentito: in classe, gara di virilità su chi ha il pene più lungo, pazzesco.
Ho fatto una panoramica delle notizie che i media daranno per i prossimi mesi, tanto sono sempre le stesse. Aggiungeteci qualche fatto di attualità politica, qualche culo di velina e qualche notiziola di gossip all’ultimo grido ed ecco che la scaletta è fatta. A volte mi chiedo se la gente guarda i telegiornali per informarsi davvero o semplicemente perché vengono trasmessi durante le ore dei pasti, probabilmente non lo saprò mai. Torniamo a noi. Cos’è che mi ha stupito e mi ha fatto notare che il fondo è ben distante dall’essere toccato in tutto questo?
Ormai non è nemmeno più l’inefficienza delle nostre forze dell’ordine e dei nostri magistrati, che rimettono a piede libero stupratori, pedofili, zingari asfaltatori di bambini e altra feccia simile. Da arrestare ci sono gli evasori! I temibili e pericolosissimi mazzi di prezzemolo non scontrinati! No non è questo, vorrei che fosse solo questo a farmi stupire. Quel che mi lascia sgomento è l’indifferenza della gente. L’individualismo e il materialismo che fanno parte di questa società. Il pensare solo ed esclusivamente al piacere personale: “chi sono gli altri? Esisto solo io!”
Cito in particolar modo due casi, il primo avviene nel mio paese pochi giorni fa, e non è la prima volta che accade. Un disperato che perde casa e lavoro, diritti elementari e “costituzionalmente garantiti”, tenta di gettarsi giù dal muraglione del municipio. La gente da sotto sghignazzava e rideva, magari lo filmava col videotelefonino di Paris Hilton. Che spettacolo orribile, che pena. La gente intendo! Il disgraziato, di cui non faccio il nome per rispetto, è stato preso per pazzo. Sindaco, polizia municipale e signorotti mafiosi locali di turno pronti a coccolarlo, a farlo curare e visitare da qualche psicologo. Certo: è pazzo! gli serve aiuto! Di casa e lavoro però, nel mio paese, manco l’ombra. Nessuno sembra capire che a quell’uomo serve solo la dignità di vivere. L’analista servirebbe al cretinetto col videotelefonino di Paris Hilton, così capirà che tra vent’anni, quando mammina non lo manterrà più, sull’orlo del muraglione potrebbe finirci anche lui.
Il secondo: leggo di un cinquantenne (a Roma) che cade da trenta metri mentre lavora, si schianta al suolo e muore sul colpo. Faceva le pulizie, non si sa come è caduto giù, per lui non c’è stato nulla da fare. La gente che passava di sotto si è limitata ad ignorarlo. A detta di un testimone c’è stato addirittura chi ha scavalcato il cadavere ed ha proseguito per la propria strada, senza degnarlo d’uno sguardo. Come un cane, anzi forse peggio. Se chi abbandona un cane in autostrada è un bastardo (Lo dice la tv!), mi chiedo: chi ignora un uomo sul ciglio della strada, con in cranio fracassato, in un lago di sangue, con ancora in mano lo straccio usato per le pulizie, che cos’è?
Risposta semplice. È solo un normale individuo. Uno dei tanti che vivono al mondo d’oggi. Una persona vittima dell’egoismo sfrenato e del materialismo che si è impossessato del nostro essere moderno. Penso che chi non si è fermato per chiedere aiuto, anche solo per urlare o per chiamare un’ambulanza, probabilmente aveva fretta, doveva correre, il tempo è denaro!
Forse dovremmo cominciare a chiederci se gli analisti servono per chi, disperato e lasciato solo, privato della propria dignità di essere uomo libero, cerca di farla finita, oppure per curare la società stessa. Domanda più che lecita se osserviamo quel che ci circonda nel nostro piccolo quotidiano. L’analista è ovviamente inutile. Alla società d’oggi serve un agire politico che si concretizzi per la comunità e non per i singoli. Serve che ai più giovani venga insegnato che “libertà” non vuol dire arraffare tutto l’arraffabile e fare il proprio porcicomodo dalla mattina alla sera. È indispensabile che l’agire politico muova per cambiare la mentalità delle persone. Serve la cura, e in fretta.
Quando si capirà che libertà è sinonimo di dignità dell’uomo? Ci sarà certezza di un futuro per le generazioni che oggi stanno crescendo tra videotelefonini e coca party? Quando le persone senza casa e lavoro troveranno un impegno politico che si muova per dare risposte, non analisti-psicologi? La società prenderà coscienza che il fondo è stato toccato e superato da un pezzo? E quando si capirà che l’uomo ha bisogno di uno stato etico, sociale, padre ed educatore? Un giorno mi piacerebbe vedere un telegiornale che apra la propria scaletta con queste domande, in attesa che qualcuno dia delle risposte.
Unica convinzione è che le risposte arrivano solo se qualcuno fa domande. Portare alla luce la malattia e nel proprio piccolo, cercare di limitarne gli effetti, attraverso il proprio impegno pratico nel quotidiano. E non ultimo cercare sempre di essere esempio. Se non ci si migliora, allora non si può cercare di migliorare il prossimo.
Essere l’idea, essere l’esempio.
Alessandro
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Politica non è partito e partito non è politica. E’ sicuramente uno dei tanti “mezzi” pratici attraverso il quale attuare l’azione in tutta la sua concretezza. Preso atto della scelta di obiettivo da perseguire, resta la scelta del “mezzo” con cui attuarlo. Di fatto il partito, o meglio la scelta del partito, (cui si fa riferimento, a cui si da completa adesione attraverso una militanza più o meno impegnata piuttosto che una semplice vicinanza ideologica), diviene semplicemente la scelta strategica per ottenere risultati concreti che siano sintesi efficiente del proprio impegno quotidiano.
Resta da chiedersi perciò cosa si voglia dalla politica e cosa si voglia fare quando si sceglie di avvicinarsi alla militanza pratica. Far politica è solo amministrare? Fare politica è solo portare determinate visioni ideali all’interno delle istituzioni? Fare politica è solo risolvere i problemi della gente? Fare politica è cercare di cambiare il mondo (o semplicemente la propria città)? Fare politica è conservare la propria coerenza e integrità morale? È rappresentare le istanze di gruppi sociali, economici, o settoriali? Ho scritto le prime che mi venivano in mente, ce ne sarebbero tante altre da scrivere. Non ho la presunzione di essere io a dire cos’è “fare politica”.
Credo, magari a torto, che la visione della politica dipenda dalla personale percezione di ciascuno di noi. Percezione che spesso trova unità di intenti e affinità tra persone che si rivedono in un comune obiettivo e in battaglie comuni. Battaglie che nascono a volte all’unisono, grazie ad una medesima visione della vita, altre volte frutto di dibattiti, confronti, pluralità di opinioni e idee. Battaglie che divengono comunque sintesi di un gruppo organico. Battaglie che devono diventare proposte prima, Azione poi. Battaglie che devono diventare Obiettivi.
Lo scenario politico all’indomani delle elezioni ci regala di fatto uno scenario estremamente semplificato che vedrà per la prima volta nella storia della “democrazia” italiana soltanto due gruppi parlamentari, tre se consideriamo l’incognita Udc. Un bene? Un male? Lascio al lettore la scelta, preferisco non entrare nella polemica nata dall’evolversi del sistema politico di questi mesi. Questo articolo viene scritto con altre motivazioni. Vuole essere motivo di riflessione, di critica, di autocritica e di stimolo.
Messe le polemiche da parte perciò, resta soltanto la voglia di prendere atto che con questo sistema oggi dobbiamo confrontarci. Ci piaccia o meno le alternative partitiche “parlamentari” italiane sono due. Si chiamano “partito democratico” e “popolo delle libertà“, sempre che non si ritenga l’adesione all’Udc una seria strategia per rendere il proprio cammino politico degno di nota. Su questo dobbiamo oggi riflettere. Tutti noi, militanti politici, simpatizzanti più o meno attivi, semplici elettori o semplici cittadini disillusi. Tutti noi, e con tutti noi intendo chi ha voglia di fare politica, sia essa partecipativa o meno. A meno che non si voglia restare inerti a guardare.
Resta perciò da fare una serie di valutazioni. Parlo di strategie. Se si ritiene il partito l’unico mezzo capace di attuare al meglio l’azione, è necessario fare una scelta di parte. Schierarsi con questo o con quello. Scegliere tra un partito enorme multiforme e multicolore, dotato di rappresentanza parlamentare, scegliere l’adesione ad un partito extraparlamentare, oppure scegliere di fare politica al di fuori dei partiti o comunque appoggiandosi ad essi.
Così come non ho la presunzione di dare una definizione di Politica universalmente condivisa, forse anche a causa di un mio personale limite di visione “oggettiva”, non ho altresì la presunzione di voler dare al lettore indicazioni su quale sia la strada migliore da percorrere. Preso atto del sistema politico-partitico post-elettorale con cui ci dobbiamo oggi confrontare credo che ciò che conti davvero sia il mantenimento dell’obiettivo da perseguire. Quello nasce, cresce organicamente e va attuato a prescindere dalla strategia scelta per attuarlo.
Non importa il come, non importano i “se” o i “ma”. L’importante è Agire.
Alessandro
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Scegliere di fare politica vuol dire essere presenti ogni giorno sulla scena. Vuol dire fare delle proprie idee Azione. Può voler dire spesso parlare, ma se non si mette in pratica quello che viene detto la politica diviene retorica. Bella a sentirsi, piena di buone parole e principi sostenuti ad alta voce. La retorica da salotti romani e della Milano bene. La retorica del politico di professione, la retorica del politico sofista che cura l’apparenza di ciò che dice per cercare di apparire meglio, piacere di più e piacersi di più. Non è la retorica a rendere idea l’azione. Non è la retorica che ci porta ogni giorno ad essere presenti sulla scena.
L’agire quotidiano è prendere conoscenza dei problemi radicati nella società, cercare di abbatterli, affrontarli e sconfiggerli. Il problema più grande del nostro tempo, quel che mi ha portato a scegliere di dedicare il tempo libero e tutte le mie energie al cammino polito, è la perdita di identità dei giovani di questo paese. Giovani che si sono spenti, che non credono più in nulla, che perdono la voglia di ascoltare e si limitano a sentire. Giovani che non imparano ma imitano. Giovani che non sognano più.
Colpa loro? Forse, ma non solo. Hanno la colpa di non reagire al torpore. Di non svegliarsi e restare a sonnecchiare. Non si oppongono ad un sistema che li ha resi pupe e bulletti. Un sistema che ha abbattuto le gerarchie, eliminato l’autorità, privato i giovani di esempi da seguire. Oggi i modelli di chiamano Grande fratello, si chiamano Amici di Maria De Filippi. Una volta i modelli erano i padri e le madri. Una volta si guardavano eroi che sacrificavano la propria vita per ideali o per delle bandiere.
I giovani scelgono troppo spesso di reagire a questa apatia entrando nel circolo vizioso delle cosiddette droghe leggere. Semplici derivati della canapa indiana che trovano una diffusione spaventosa tra i giovanissimi che ne fanno largo uso, sottovalutandone gli effetti pericolosissimi che campagne medianiche non diffondono. Ignorano che una semplice canna contiene oltre 400 principi attivi, tra cui il delta9 tetraidrocannabinolo (più semplicemente THC). Un principio attivo, dal nome impronunciabile, altamente liposolubile che entra velocemente in circolo e raggiunge immediatamente il cervello alterandone le prestazioni.
Cambiano umore, sensazioni, percezione del dolore e del tempo, cambiano l’equilibrio e altre percezioni dello spazio. Tutto questo dai giovanissimi non viene capito, queste sensazioni sono “lo sballo” che cercano. Sono la fuga dalla realtà e dalla monotonia della vita. Per mezz’ora finalmente per merito di una canna non sono sé stessi. Sono inibiti. Possono sciogliersi con una ragazza o ridere con gli amici. Come se ci fosse bisogno di ridursi a deficienti per divertirsi.
Chissà se poi tutto il gioco vale la candela. Basterebbe davvero che chi fa politica si impegnasse nel quotidiano per far capire ai giovani che l’uso prolungato delle “innocue” canne induce alterazioni del metabolismo cellulare. Esiste la possibilità di causare gravi danni al tessuto celebrale, danni purtroppo irrimediabili. Il problema non è la droga in sé, quello va affrontato e combattuto ma bisogna agire anche sulle motivazioni. Manca una politica che dia a queste persone la coscienza di se stessi. Manca l’autorità dello stato padre, di uno stato etico. Uno stato organico che dia ai giovani sicurezza, formazione e crescita. Uno stato che sia esempio e che dia esempi.
Ci dicono che il mondo di oggi è privo di eroi. Oggi mi sento di rendere onore ad un eroe che mi ha fatto commuovere. Una madre che, malata di tumore al seno, sceglie di rinunciare alle cure che l’avrebbero certamente salvata ma l’avrebbero costretta ad abortire. Sceglie di rinunciare alla propria vita per metterne al mondo un’altra. Sceglie di diventare Eroe in prima persona. Di essere Azione e non retorica. Suo figlio è nato ed è sanissimo. Crescerà senza la sua mamma che si è spenta per metterlo al mondo. Gli eroi esistono, eccome.
Sta a noi cercare gli esempi da seguire. Vogliamo essere bulletti e pupe che per riuscire a superare le proprie insicurezze si bruciano il cervello? Vogliamo un mondo dove l’aborto sia considerata una fuga dai problemi della realtà? Vogliamo cercare qualunque strada che ci allontani dal pericolo? Oppure vogliamo affrontarla questa realtà? Vogliamo essere o sembrare? Il nostro domani ce lo giochiamo oggi, non scordiamolo.
Questo mi porta in prima linea. È così che deve essere l’azione politica. Migliorare prima di tutto se stessi. Perché dentro ognuno di noi alberga il primo granello di sabbia, ed è da esso che nascono i deserti. Crescere e migliorarsi per divenire esempio e avanguardia. Ridare ai giovani la certezza di quel che si vuole divenire e permettergli di diventarlo. Ridare alle future generazioni un idea da seguire. Per farlo c’è solo un modo. Lasciare da parte la retorica, le belle parole e rimboccarsi le maniche. Non servono nobili principi se non diventano agire quotidiano. Prima di tutto bisogna divenire, non sembrare.
Essere l’idea!
Alessandro
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La democrazia conta più del pane e del lavoro! Cosa importa se il mondo occidentale navighi nella più grande recessione economica dal ‘29 ad oggi? cosa importa se muoiono gli operai della Thyssen? Davvero vi turba se oltre 20 milioni di Italiani sono sulla soglia della povertà e tutti i giovani sono privati della certezza di costruire il proprio futuro? Ma come! Siete liberi! Siete in democrazia! La migliore forma di governo possibile!
Come faccio a dire che è la migliore? Andiamo! Deve esserlo per forza, se ogni volta viene esportata a suon di bombe per liberare il resto del mondo oppresso dal male assoluto, dai tiranni, vere incarnazioni del diavolo. Ma siamo sicuri di tutto questo? Siamo sicuri che quella che riempie la bocca del mondo benpensante sia davvero democrazia?
Ora cerco un po’ di capire cos’è questa nostra Democrazia.
Termine che deriva dal greco “Demos” (popolo) e “Kratos” (Governo), significa letteralmente Governo del Popolo. Una gran bella parola inventata millenni fa dai greci che ne sperimentarono le prime forme di applicazione pratica, attraverso assemblee preposte che legiferavano su temi più o meno importanti per la vite delle allora città-stato. Peccato che a tale esercizio di voto non partecipassero le donne e che esistesse la schiavitù! Bel governo del popolo!
Certamente mi si può dire che quella è stata una forma arcaica, che la vera democrazia è quella attuale, figlia dell’illuminismo giacobino imposto a suon di ghigliottina. Si è evoluta, è passata dalla forma diretta a quella rappresentativa, ossia manifestata tramite “crocetta sulla scheda”. In linea di principio perciò tutti possono scegliere il proprio rappresentante, e votarlo con una bella matita. Ci siamo! Ora si. Tutti quanti possiamo mettere la nostra croce. Siamo in Democrazia!
Ho parecchi dubbi anche su questo mi spiace. E non perché sia un nemico della libertà, come subito i puritani benpensanti mi additeranno. L’unica croce che abbiamo al momento è quella che ci trasciniamo dietro nel nostro vivere quotidiano. Ma guardiamo lo scenario politico nostrano. Siamo liberissimi di poter votare, questo non lo nego, ma il sistema rappresentativo non fa altro che alimentare la logica delle fazioni contrapposte (ora si avviano a diventare solamente due), che vedono il vincitore fare gli interessi del gruppo economico, del ceto sociale, del banchiere di turno che l’hanno portato alla vittoria.
Chi vince insomma non tutela l’interesse della nazione intera, ma soltanto parte di essa. La parte che teoricamente rappresenta. Con questo sistema poi, che affida il 55% dei seggi al partito che ha preso un solo voto in più degli altri, paradossalemnte, un partito che prende il 30% dei voti si ritroverebbe a governare. Di fatto viene a mancare il principio cardine di quella che dovrebbe essere la caratteristica principale della nostra democrazia. La rappresentatività popolare.
Eccoci qua quindi. Belli liberi e contenti. Liberi di eleggere la casta (parola che odio ma almeno capirete di cosa parlo) e di farla arricchire mentre litighiamo su “dico”, “pacs” e partite di calcio. Per carità. Ora però è facile criticare qualcosa senza proporre valide alternative. Ne esistono? Un cambio radicale del nostro sistema politico è impensabile. Solo una rivoluzione potrebbe farlo, ma le rivoluzioni sono movimenti di giovinezza popolare. Oggi scarseggiano sia i giovani, che la volontà di cambiare il proprio destino. Inoltre si cerca di uccidere le ideologie, con i partiti “radicali” di destra e sinistra strozzati dalle soglie di sbarramento elettorali e l’emarginazione mediatica.
Come fare allora? Proviamo a fare qualche proposta: ridurre il numero dei nostri cari (letteralmente) rappresentanti e imporre la non rieleggibilità dopo più di due mandati. Se non altro si avrebbe un ricambio generazionale e si limiterebbero logiche clientelari. Eliminare le province sarebbe altresì un passo gigante, in certe zone son diventati veri e propri feudi, governati da signorotti locali che definire mafiosi sarebbe riduttivo. E poi perché no? Vincolare gli “eletti” al proprio programma elettorale. Si faccia quel che si promette!
Al momento mi basterebbe, credeteci, soltanto che smettessero di chiamarla democrazia, perché tale non è. La si chiami Oligarchia (governo dei pochi), in tempi non troppo remoti fu chiamata Plutocrazia (governo dei ricchi) che le si addice pure meglio. Ma ripeto, a criticare il pensare comune si viene spesso messi alla gogna. Me ne frego. Cerco di dire le cose come stanno.
Dopotutto Democrazia vuol dire anche libertà d’opinione e di pensiero. Così dicono.
Alessandro
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Il titolo di questo articolo non è una creazione dell’autore, è tratto da un opuscolo promozionale della campagna autotrasporti Tesco. Sembra opportuno legarlo a ciò che è successo recentemente nel nostro Paese per analizzare lo stato delle cose, seguendo ovviamente prospettive controinformative non contemplate dalla stampa comune.
Accadeva solo pochi mesi fa:
L’Italia bloccata dallo sciopero generale dei trasporti. I Tir che si fermano in blocco gettano nel panico un intero paese: niente benzina, niente consegne e nessun genere alimentare a disposizione per i prossimi giorni: interi supermercati brancolano nel buio in attesa di rifornimenti; benzinai che letteralmente sono presi d’assalto da parte di automobilisti inferociti; fabbriche incapaci di produrre perché in attesa delle dovute consegne.
Insomma, mancano i trasporti e si rischia la paralisi. Ma se le conseguenze di questo blocco erano effettivamente inevitabili e prevedibili nel campo industriale, genera non poche perplessità la paralisi del sistema alimentare.
Ma come? Ci viene costantemente ripetuto da parte dei media che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che viaggiamo speditamente verso il paradiso della tecnologia al nostro servizio, che la nostra economia su scala globale ci condurrà a poter godere dei migliori frutti prodotti in tutte le parti del mondo ed è sufficiente che i camionisti si fermino per uno sciopero e non si riesce più a fare la spesa?
La Coldiretti dichiara al Corriere della sera: “dai mercati all’ingrosso più importanti non sono partite forniture per i supermercati. Allarme rosso anche da Federalimentare: per le aziende del settore il fermo si produrrà in una perdita secca di 210 milioni di euro al giorno in un periodo nevralgico come quello natalizio” .
Qualcosa non torna. Le radio e la televisione trasmettono interviste di casalinghe preoccupate all’uscita del supermercato, cui fanno eco le dichiarazioni – quasi da stato di guerra – dei direttori dei market in preda al panico per le scorte che volgono al termine. Uno di questi signori dichiara a Radio uno: “ avremo scorte solo per altri due giorni”. Ma siamo in guerra?
No, non siamo in guerra, non è ancora arrivata la croce rossa, ma come scrive Steven Gorelick: “ […] le economie su larga scala, dipendono dalle infrastrutture adatte alla grandezza della scala. […] Un recente studio in Germania ha rivelato che gli ingredienti di un vasetto di yogurt provengono da quattro Paesi diversi e hanno viaggiato per mille chilometri. E’ evidente che, per le popolazioni di questi Paesi, il cibo, il bisogno quotidiano primario, non dipende dalla loro economia locale ma da un’economia geograficamente molto estesa che sta assumendo dimensioni sempre più internazionali” .
Emerge chiaramente quanto paradossale sia la situazione di un Paese che fa parte del mondo occidentale, peraltro con orgoglio come succede all’Italia.
Si è incapaci di gestirsi autonomamente, in assenza dei supporti provenienti dalla grande scala intere comunità sono destabilizzate a causa di un blocco dei trasporti.
La deduzione che può saltare fuori è che i trasporti sono l’unica risorsa capace di far muovere uno Stato, non ci riferiamo solo alla mobilità economica, ma anche e soprattutto alla qualità della vita che – a giudicare dalla situazione – viene compromessa parecchio.
Abbiamo già detto di quanto importante sia il discorso legato alla delocalizzazione dei fabbisogni della comunità, ma discorsi di questo genere possono trovare l’opportuna risonanza solo di fronte ad interlocutori che abbiano a cuore una totale riconsiderazione del panorama sociale ed economico che permea l’occidente.
Come si può ragionare su queste basi davanti a scene da isterismo come quelle che giungono dai distributori di benzina di tutta Italia? Si arriva addirittura a farli presidiare dalle forze dell’ordine! Senza citare le crisi di panico che attanagliano il popolo dei consumatori ogni qualvolta si accenni ad un controllo dei consumi di energia elettrica in vista delle stagioni più calde.
La responsabilità non può essere attribuita esclusivamente alle grandi compagnie, non solo ai governi dei maggiori Paesi industrializzati. I primi responsabili sono i cittadini di questi Paesi, incapaci di esistere se privati delle loro comodità globalizzate.
E allora a questi cittadini la migliore delle risposte l’ha fornita una signora di Roma che – intervistata al mercato sulla faccenda del blocco dei Tir – risponde: “Io dello sciopero me ne frego, io c’ho l’orto mio e posso campà!”.
Ma oggi trionfa il globale, la signora di Roma non sa di essere fuori dai giochi, fuori dal mondo, per qualcuno anche fuori di testa. Quanto staremmo bene se al posto di centinaia di istituti di credito e di banche ci fosse qualche orto in più.
Carlo